Letture

La paura dell’altro in una Milano senza luce

In alba senza giorno Fernardo Coratelli mette in scena gli egoismi e la cecità di una società sempre più dominata dall'autoreferenzialità e dalla paura

di Serena Uccello

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In alba senza giorno Fernardo Coratelli mette in scena gli egoismi e la cecità di una società sempre più dominata dall'autoreferenzialità e dalla paura


2' di lettura

Stoian e Stéphka, ed ancora Martina ed Alice. E poi Tonino. Cosa hanno in comune questi nomi? Innanzitutto una città: Milano, la periferia, Milano terrea, Milano disegnata dalle linee della sua rete metropolitana, Milano delle stazioni affollate. E poi Milano infiltrata dalla ‘ndrangheta e Milano delle paure. La paura della povertà che diventa paura dello straniero e dell'altro, la paura dei rom. Fernando Coratelli in “Alba senza giorno” srotola la claustrofobia di questo tempo metropolitano e lo fa attraverso tre storie apparentemente lontane.

Stoian e Stéphka sono due giovani bulgari, rom, che decidono di lasciare il proprio Paese, certo per trovare una vita più risolta, certo per trovare più opportunità ma soprattutto per realizzare pienamente un sogno e di questo sogno poter vivere, mangiare, vestirsi, accudirsi. Stoian suona il violino, vuole fare il musicista, vuole essere un musicista. Stéphka lo ama, lo segue. Prima tappa Berlino, poi Parigi, poi Milano. Berlino mostra il volto di una Paese, la Germania, che ha conosciuto il fervore dello sviluppo, quindi la ricchezza è ora ripiega. Il sogno fa i conti la delusione. La delusione diventa amarezza e dolore a Parigi. Qui per Stoian si consuma la lacerazione. E qui in una scena in particolare (una fuga, la Senna, un violino), Coratelli mostra di essere narratore compiuto. A Milano, sentiamo l'ansia dell'epilogo, tragico.

Martina è una giovane madre, un matrimonio deludente, la separazione. Martina vuole una nuova vita, un nuovo lavoro. Lo trova. La quotidianità è però affaticata, sofferente. Poi lo sguardo di Martina volge verso l'esterno, verso il mondo che è il quartiere. Lo fa perché è la madre che la risucchia, la donna è ossessionata dall'idea che il Comune possa trasferire sotto casa gli sfollati di un palazzo occupato. Martina non è come la madre ma lo diventa (tutti noi possiamo diventare ciò che non siamo). Martina lavora per un notaio, e chissà chi sono i suoi clienti.

Infine Tonino che è un uomo, un killer della ‘ndrangheta. Dalla Lombardia alla Calabria, dalla Calabria alla Lombardia. C'è un omicidio e una vendetta.

Coratelli narra, e il lettore pensa “è esattamente così”. Perché Coratelli è riuscito ad intercettare, più che i temi, le nevrosi della contemporaneità. E lo ha fatto attraverso tre storie che ci lacerano (Stoian e Stéphka), mettono in evidenza i nostri limiti (Martina), ci svelano (Tonino). La dedica finale è il senso di queste pagine. La paura diventa violenza, l'egoismo cecità. L'azione politica è deriva esistenziale. Coratelli padroneggia il ritmo, accelera fino a ricreare il senso di asfissia che vivono i suoi protagonisti. Rende livida la città e così enfatizza la mostruosità degli uomini. Perfetto il montaggio. La lingua vitrea sa essere sommamente poetica. Struggente il finale. Opera compiuta in ogni sua parte, che trasferisce la visione di una letteratura che si fa carica senza remore della sua missione più ardua: sconvolgere, scardinare.

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