riforme Ue

La paura dell’estrema destra paralizza l’europeismo di Merkel

di Alessandro Merli

default onloading pic
(REUTERS)

3' di lettura

È uscita ieri da Berlino, attraverso un’indiscrezione Handelsblatt, quella che potrebbe apparire una vicenda di ordinaria amministrazione, un ordine di servizio interno del ministero delle Finanze: il capo economista, Ludger Schucknecht, e il resto della prima linea dirigenziale dell’era di Wolfgang Schaeuble sono stati riconfermati dal nuovo ministro, il socialdemocratico Olaf Scholz.

Un segnale preciso di continuità, di non poco conto, soprattutto per quanto riguarda Schucknecht, uno dei fautori della ultra-ortodossia tedesca, che è anche il principale sherpa tedesco in tutte le discussioni europee e internazionali.

Loading...

Ma è anche un segnale che va letto insieme a diversi altri provenienti negli ultimi giorni da Berlino. La dichiarazione dello stesso Scholz, secondo cui «un ministro delle Finanze tedesco è sempre un ministro delle Finanze tedesco», quasi a sgombrare il campo dalla possibilità di una sostanziale deviazione di rotta. E un documento del gruppo parlamentare dell’unione democristiana Cdu/Csu sulle proposte di riforma dell’eurozona. «Nein zu allem», no a tutto, disse una volta il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, in una delle sue rare sortite in lingua tedesca. No alla garanzia comune dei depositi bancari, che la Bce ritiene indispensabile per avere una moneta unica vera e propria, e no anche al fondo comune per la risoluzione delle banche in crisi. Quindi, niente terzo pilastro dell’unione bancaria e azzoppato anche il secondo. No al Fondo monetario europeo, proposta peraltro avanzata in prima battuta da economisti tedeschi.

La volontà di guardarsi il fianco destro dall’eurofoba AfD (Alternativa per la Germania), oggi il principale partito di opposizione al Bundestag, e in un certo senso di mettere sotto tutela Scholz è palese. Ma in fondo non c’è nel documento democristiano niente di più di quanto già non fosse contenuto nel testamento spirituale di Schaeuble, il “non paper” dello scorso settembre, che pure diceva di no a tutto.

Negli ultimi tempi ci hanno provato in diversi a cercare di inculcare nell’establishment politico tedesco, che peraltro come spesso è avvenuto su questi temi segue, e non guida, un’opinione pubblica relativamente compatta, la necessità di riforma dell’eurozona, anche a vantaggio della Germania stessa. Il direttore dell’Fmi, Christine Lagarde, che ha messo al primo posto delle priorità proprio il completamento dell’unione bancaria, e il responsabile delle questioni internazionali della Bce, Benoit Coeuré, sono intervenuti entrambi con discorsi a Berlino. Il secondo nella tana del lupo del “consiglio economico” della Cdu, spiegando che, senza ulteriori riforme dell’eurozona, la «prossima crisi potrebbe costringere la Bce a mettere alla prova i limiti del proprio mandato», proprio quello che i tedeschi non vogliono. Né Lagarde né Coeuré sembrano aver fatto breccia negli interlocutori.

I temi europei avevano avuto un riconoscimento di facciata in Germania nel programma di governo stilato dalla grande coalizione, occupando il posto d’onore della prime pagine del documento. Ma, da tempo, si è fatta largo la sensazione che Berlino sia determinata a cedere ben poco. È apparso evidente, per esempio, dai discorsi degli economisti tedeschi all’annuale conferenza degli Ecb Watchers a Francoforte, ma ancor più chiaramente, anche se in modo più sottile, nelle conversazioni private con esponenti di alto livello delle autorità tedesche. La situazione italiana, per la verità, contribuisce a rafforzarli nelle loro convinzioni.

La coincidenza di tutti questi segnali provenienti dalla Germania fa uno stridente contrasto con il discorso di Strasburgo con il quale il presidente francese Emmanuel Macron ha provato ieri a rilanciare la sua iniziativa europea. L’ultima parola, come sempre sulle questioni europee, spetta al cancelliere Angela Merkel, che finora si è mantenuta in silenzio quasi assoluto in tutta la vicenda. Salvo promettere che un impulso franco-tedesco sarebbe arrivato al vertice europeo di giugno. A questo punto appare però probabile che si tratti di concessioni modeste. Sarebbe una sconfitta bruciante per Macron. Ma, alla lunga, i danni arriverebbero anche in Germania. Dove per ora questo non è ancora stato capito.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti