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La pazienza di Draghi e la grande paura di un calo della fiducia

di Isabella Bufacchi


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(Afp)

3' di lettura

L’incertezza mina la fiducia. E il calo della fiducia ha conseguenze negative sulla crescita e quindi sull’andamento dell’inflazione. Questo è quel che teme la Bce. Ed è proprio al quadro che si è fatto più incerto, sui mercati finanziari e sul commercio internazionale, che guarda la Banca centrale europea, attenta a cogliere qualsiasi segnale sull’andamento della fiducia. E lo fa ferma nella sua posizione, quella di una «paziente, persistente e prudente» politica monetaria molto accomodante, dove il QE, dopo aver terminato gli acquisti netti, continuerà per un lungo periodo di tempo l’allentamento con il reinvestimento massiccio degli asset scaduti e rimborsati e dove i tassi resteranno sui livelli attuali (sottozero senza precedenti) ben oltre la fine degli acquisti netti.

Proprio quei segnali di grande incertezza, sui mercati, anche ieri si sono manifestati in tutti quei movimenti incrociati, nei cross assets, che non sono da manuale, che non vanno nella direzione che ci si aspetta. Per esempio, la Federal Reserve ha indicato la strada dei prossimi rialzi dei tassi, ma i rendimenti a lungo termine invece di salire sono scesi e non di poco (i Treasuries decennali hanno perso 10 punti e il Bund è tornato velocemente in area 0,53 %). La fuga verso la qualità ha prevalso. E anche il dollaro Usa, invece di rafforzarsi sta fermo e anche il solo fatto di non muoversi nasconde una mancanza di fiducia: per tutti i grandi flussi in entrata nei Treasuries Usa come beni rifugio ve ne sono altrettanti in uscita da chi inizia a temere l’esplosione del debito Usa o chi, a causa delle ventate del protezionismo, perde fiducia nella crescita mondiale sostenuta dal commercio mondiale.

Che la Bce sia preoccupata per lo stato delle relazioni internazionali non è un segreto. Il presidente Mario Draghi ha menzionato le «preoccupazioni» del Consiglio direttivo nella conferenza stampa di gennaio e poi ancora a marzo ha detto chiaramente che le decisioni unilaterali sono «pericolose», che le dispute vanno risolte in sedi multilaterali. La preoccupazione maggiore è verso tutto ciò che può insidiare la WTO e mirare allo smantellamento di un sistema multilaterale per il commercio mondiale che funziona da tre decenni, dando regole e un arbitrato equo. Ed è proprio negli Usa, a Jackson Hole lo scorso agosto, che Draghi ha parlato lungamente del ruolo chiave dell’apertura per una crescita mondiale dinamica. «Una virata verso il protezionismo porrebbe un rischio grave alla crescita della produttività e alla crescita potenziale dell’economia mondiale», ammonì, sottolineando che questo pericolo è ancora più acuto se confrontato con le grandi sfide in arrivo per le economie avanzate e che richiedono riforme strutturali: prima tra tutte quella legata all’invecchiamento della popolazione che metterà sotto pressione i conti pubblici. Nel 2025 vi saranno 35 persone in età lavorativa su 100 che avranno più di 65 anni, nei Paesi Ocse, contro 14 su 100 del 1950.

I dazi di Donald Trump per ora sono stati somministrati con il contagocce (alluminio e acciaio colpiscono una percentuale minima delle importazioni), sono circoscritti da molte esenzioni e sono incerte le ritorsioni: ma hanno colto i mercati di sorpresa, non erano stati messi in conto mentre adesso sono diventati una fonte di incertezza, e questo si vede sui bond, sui cambi e sul ritorno del risk-off. I dazi potrebbero essere un fuoco di paglia, la minaccia - emersa nella campagna elettorale di Trump e poi sparita per oltre un anno dal tavolo - potrebbe rientrare e presto essere dimenticata. Oppure questa incertezza potrebbe perdurare. E se così fosse, a lungo andare, la preoccupazione della Bce si realizzerebbe, minata la fiducia (si è già iniziato a vedere nell’ultimo indice PMI di febbraio), il danno sarà su crescita e inflazione.

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