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La pericolosa crociata contro i manuali di storia

Per battersi a favore d’una cultura della pace non serve cancellare le guerre dal racconto della storia

di Paola Bianchi

(Syda Productions - stock.adobe.com)

3' di lettura

Il 5 luglio “Il manifesto” ha pubblicato una lettera, opera d’un gruppo di docenti, in cui si sostiene «la necessità di modifiche urgenti e sostanziali» ai manuali di storia. Alla base di tale richiesta, peraltro non nuova, è la considerazione che la storia si costruisca «non solo come analisi del passato, ma anche come profezia del futuro». Affermazione, quest’ultima, che desta non poche riserve. Nessuno storico può pensare, infatti, d’essere un profeta.

Il richiamo accorato dei firmatari della lettera è mirato alla necessità di riscrivere i manuali cambiandone i paradigmi, e cioè promuovendo un sapere diverso, attento al ruolo delle donne e dei popoli che hanno evitato il ricorso alle armi, dipanando «per mezzo di queste categorie il filo della Storia intera».

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Formazione del cittadino

L’appello può far credere al rianimarsi di quello che era stato uno dei punti di forza del programma politico della sinistra fra anni Sessanta e Settanta: la battaglia in difesa della scuola come fondamentale spazio di formazione del cittadino e di apertura al merito verso ogni gruppo sociale, in nome dei principi democratici fissati dall’articolo 34 della Costituzione. Ma i manuali di storia prodotti in Italia dall’Unità sono stati, in realtà, un genere tutt’altro che statico: il loro principale scopo didattico, infatti, è passato dal fondare la nazione a educare alla cittadinanza. Già, perché il manuale, come ogni altro testo, è frutto del contesto storico in cui lo si licenzia e della penna che si assume la responsabilità di selezionarvi fatti, personaggi e fenomeni. Vale, perciò, la pena di non generalizzare, ricordando che la presa di coscienza dei rischi di un insegnamento della storia troppo nozionistico ha già da tempo prodotto nuove strategie didattiche.

Eliminare del tutto i manuali?

Se non che, come spesso accade in operazioni culturali di questa portata, l’analisi impietosa degli innovatori, spintasi a suggerire non solo di riscrivere ma di eliminare del tutto i manuali, ha finito col trascendere. E il confronto maturato da un lato fra i sostenitori di una pura «mediazione didattica» e dall’altro lato i fautori di una più convenzionale trasmissione frontale della disciplina pare oggi sfociato in un vicolo cieco.I firmatari dell’appello stigmatizzano i manuali per essere dominati «da un’ottica politico-militare e dal filo rosso delle guerre e del ruolo maschile». Essi sarebbero, in tal senso, responsabili di far credere che «la violenza appartenga addirittura alla natura umana».

Da storica del fenomeno militare, stento, però, a trovare nei manuali delle nostre scuole un militarismo così evidente come quello denunciato dai firmatari della lettera. L’Italia è, del resto, un Paese in cui, a livello di studi accademici, il “militare” è stato largamente rimosso dal secondo dopoguerra, faticando a farsi riconoscere come un rinnovato settore di ricerca della storia à part entière: come insieme di fattori, cioè, a un tempo sociali, istituzionali, culturali - non solo politico-strategici - ineludibili nell’analisi e nella comprensione delle vicende del nostro passato.

La storia non si scrive mai una volta sola, in modo definitivo, perché le domande rivolte dagli storici ai documenti variano a seconda dei quesiti posti sempre dal presente. Né si può pensare di cancellare, con una pur abile operazione retorica, ciò che della storia non ci piace o non vorremmo aver mai visto. Significherebbe ridurre la storia, meglio la storiografia, a una ri-costruzione consolatoria, cosa che non è più da tempo.

Cultura della pace

Per battersi a favore d’una cultura della pace non serve cancellare le guerre dal racconto della storia. Solo comprendendone logiche e meccanismi, anzi, si può sperare di consegnarle al passato. Evitare la deriva verso forme di nuove pedagogie etico-politiche, mantenendo saldo lo (scomodo) ruolo di studiosi della complessità, dovrebbe esser uno dei compiti degli storici, in un’epoca che ci dimostra ogni giorno di più il pericolo di semplificazioni, sempre più diffuse. Quanto allo strumento degli odiosi-amati manuali, imparare a storicizzarli, cioè a criticarli costruttivamente, e saperli scegliere con consapevolezza può essere già un importante e benemerito passaggio di consegne alle giovani generazioni.


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