CORTE DI GIUSTIZIA ue

La perizia sull’omosessualità non conta per il diritto d’asilo

di Saverio Fossati


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(AP)

3' di lettura

Gli omosessuali richiedenti asilo nell’Ue, perché perseguitati nel loro Paese, possono essere soggetti a perizia ma questa non deve essere indirizzata ad accertarne l'effettivo orientamento sessuale, va conformata agli standard internazinali e comuque non può essere il solo elemento su cui basare la decisione delle autorità nazionali.
La Corte di Giustizia Ue (sentenza nella causa C‑473/16) ha esaminato oggi le richieste dell’avvocato generale (si veda il Sole 24 Ore del 5 ottobre 2017 ) avanzate sulla questione del riconoscimento dello status di rifugiato a un cittadino nigeriano dichiaratosi omosessuale. La richiesta era stata avanzata in Ungheria ma le autorità giudiziarie ungheresi avevano rimesso la decisione sulla perizia alla Corte Ue, dopo che l’interessato aveva contestato la perizia disposta dalle autorità ungheresi in base alla quale l’omosessualità era stata esclusa. La perizia comprendeva i test di Rorshach e Szondi e l’esame di «un disegno di una persona sotto la pioggia». Il cittadino nigeriano aveva impugnato la decisone di primo grado anche perché considerava la perizia gravemente lesiva dei suoi diritti fondamentali ma il giudice del rinvio aveva optato, appunto, per sottoporre la valutazione alla Corte Ue circa la violazione dell’articolo 4 della direttiva 2011/95 quando si richieda una perizia sugli orientamenti sessuali (anche senza esami fisici o domande sui comportamenti sessuali) e se comunque, posto che non sia lecito usare una perizia come prova per concedere o meno l’asilo, le autorità nazionali non possano verificare in alcun modo la veridicità della affermazioni sull’omosessualità del richiedente asilo.
La Corte Ue ha risposto che le perizie sono lecite, di principio, ma devono conformarsi a quanto disposto dalla Carta, in particolare (articolo 7) «il diritto al rispetto della vita privata e famigliare». Il consenso dell’interessato alla richiesta di perizia «non è necessariamente libero», dato che da questa dipenderebbe la concessione dello status di rifugiato. Quindi, prosegue la Corte Ue, «il carattere appropriato di una perizia come quella di cui trattasi nel procedimento principale può essere ammesso solo se quest'ultima è fondata su metodi e principi sufficientemente affidabili alla luce degli standard riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale. Si deve rilevare al riguardo che, se è vero che non spetta alla Corte pronunciarsi su tale questione, che risulta, comportando una valutazione dei fatti, di competenza del giudice nazionale, l'affidabilità di tale perizia è stata fortemente contestata dai governi francese e dei Paesi Bassi, nonché dalla Commissione». In sostanza, sì alla perizia ma non con le tecniche ungheresi. Non solo: l’impatto di una perizia «appare sproporzionato rispetto all'obiettivo perseguito, dal momento che la gravità dell'ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata che essa integra non può essere considerata proporzionata all'utilità che tale perizia potrebbe eventualmente presentare per l'esame dei fatti» e, prosegue la Corte Ue «tale perizia non può essere considerata indispensabile per confermare le dichiarazioni di un richiedente protezione internazionale relative al proprio orientamento sessuale». Inoltre, il personale incaricato deve disporre delle «competenze adeguate».
In conclusione «l'articolo 4 della direttiva 2011/95, letto alla luce dell'articolo 7 della Carta, dev'essere interpretato nel senso che osta all'esecuzione e all'utilizzo, al fine di valutare la veridicità dell'orientamento sessuale dichiarato da un richiedente protezione internazionale, di una perizia psicologica, come quella oggetto del procedimento principale, che ha per scopo, sulla base di test proiettivi della personalità, di fornire un'immagine dell'orientamento sessuale di tale richiedente». Sì alla perizia, insomma, in una situazione in cui l'orientamento sessuale del richiedente non venga suffragato da prove documentali, ma solo purché sia conforme ai diritti fondamentali della Carta, non sia formata sulla base di test proiettivi della personalità e non costituisca il solo elemento di decisione circa l’asserito orientamento sessuale del richiedente asilo. E, in queste circostanze, la Corte Ue conclude che il ricorso a una perizia psicologica volta ad accertare l'effettivo orientamento sessuale di un richiedente asilo non è conforme alla direttiva, letta alla luce della Carta .

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