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La Perla, braccio di ferro con Sapinda sui 126 esuberi a Bologna

Confermata la procedura di mobilità

di Ilaria Vesentini


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    2' di lettura

    Gli incontri con la proprietà e le controparti sindacali per fare chiarezza sul futuro di La Perla riprenderanno già la prossima settimana. Perché il tavolo di crisi aperto oggi a Bologna dalla Regione Emilia-Romagna si è chiuso con un nulla di fatto: la proprietà olandese, la holding Sapinda, ha infatti confermato la procedura di mobilità per 126 dipendenti del quartier generale bolognese e la necessità di riorganizzare i processi e cambiare business model per riuscire a stare sul mercato.
    Lo storico brand di lingerie di lusso – ricorda la proprietà - non chiude un bilancio in positivo da vent'anni, anche il 2018 si è chiuso con un fatturato di 106 milioni di euro e una perdita di 60 milioni (in forte miglioramento comunque rispetto agli oltre 100 milioni di rosso del 2017). E il nuovo azionista, il finanziere Lars Windhorst- che ha rilevato La Perla 16 mesi fa da Silvio Scaglia, che a sua volta aveva comprato marchio e asset dal Tribunale fallimentare nel 2013 - ha già iniettato 128 milioni di euro, dopo il mezzo miliardo investito dal mister Fastweb per tentare il rilancio.
    Iniezioni di risorse che non hanno fin portato ai risultati sperati. Tanto da arrivare alla decisione di ristrutturare l'azienda, 600 lavoratori in Italia e altri mille all'estero, tra i negozi e la sede a Londra. I tagli riguardano 126 lavoratori di due società bolognesi del gruppo “La Perla manufacturing” e “La Perla breanch”, «un taglio al know-how, al saper fare di un prodotto leader del mercato dell'intimo e della corsetteria»,sottolinea l'assessore regionale alle Attività produttive Palma Costi, che dopo oltre tre ore di confronto con l'amministratore delegato Pascal Perrier non è riuscita a scongiurare la procedura di mobilità. «Continueremo il confronto con la società e a lavorare con le organizzazioni sindacali affinché La Perla possa continuare a crescere e non si perda un posto di lavoro. L'obiettivo è scongiurare un grave danno economico e di immagine per la manifattura e la fashion valley emiliano-romagnola» aggiunge Costi.
    Sul piede di guerra i sindacati, di fronte all'ennesimo simbolo della manifattura made in Italy a rischio nelle mani di azionisti stranieri. Le azioni di protesta e gli scioperi dei lavoratori proseguiranno e si intensificheranno nei prossimi giorni. I sindacati chiederanno anche l'apertura di un tavolo ministeriale, «considerata la rilevanza nazionale del caso che coinvolge una azienda presente su tutto il territorio nazionale e che dà lavoro ad altre svariate decine di imprese in Italia» spiegano da Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil.

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