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La Perla verso la ratifica dell’intesa, gli esuberi si riducono a 65

di Natascia Ronchetti


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2' di lettura

Il gruppo La Perla è pronto a fare un passo indietro sui 126 esuberi

dichiarati all’inizio dell’estate. La storica azienda bolognese della lingerie di lusso sarebbe infatti disponibile a ridimensionare il numero. La svolta nella vertenza con i sindacati che si protrae da quattro mesi è arrivata dal confronto al tavolo del ministero allo Sviluppo economico. È qui infatti che è arrivato lo stop al ricorso alla cassa integrazione per riorganizzazione complessa. Gli ammortizzatori sociali possono invece essere utilizzati per la cessazione parziale delle attività. Cessazione che in questo caso riguarda l’abbigliamento e la linea uomo, destinati ad essere archiviati per riportare l’azienda alle sue origini – intimo e mare donna – e consentirle di risalire la china dopo una lunga fase di crisi.

L’impianto generale dell’intesa

Martedì un nuovo incontro con le organizzazioni sindacali dovrebbe concludersi con un accordo formale da presentare al ministero del Lavoro, che il 30 ottobre dovrebbe ratificare l’intesa raggiunta, anche grazie al coinvolgimento della Regione Emilia Romagna e del Comune di Bologna. L’impianto generale dell’accordo resta quello della pre-intesa raggiunta nei giorni scorsi. Cassa integrazione per un anno – la richiesta è già partita per 65 lavoratori -, insieme ai pensionamenti e a un piano di incentivi all’esodo. Solo i numeri dovrebbero cambiare, perché i 126 esuberi iniziali sono in eccedenza rispetto al totale degli addetti impiegati nella produzione dell’abbigliamento e della linea uomo. Con l’incontro di martedì si dovrebbe anche chiudere la procedura di licenziamento aperta durante l’estate e poi sospesa. Nel frattempo i sindacati stanno raccogliendo tra i lavoratori, costituiti in prevalenza da donne, le manifestazioni di interesse all’esodo incentivato.

Obiettivi del nuovo piano industriale

Il gruppo fondato dalla bustaia Ada Masotti nel 1954 torna così a concentrare il piano di sviluppo sul proprio core business, la lingerie e la moda mare. L’obiettivo è tagliare i costi e sostenere un piano industriale che prevede di portare il fatturato a 200-250 milioni nell’arco di tre anni (il 2018 è stato chiuso con ricavi a quota 106,2 milioni di euro, più del 20% in meno rispetto al 2017). Oggi l’azienda è di proprietà della holding olandese Tennor, che fa capo al finanziere tedesco Lars Windhorst e conta 1.200 dipendenti nel mondo, dei quali 430 occupati nel quartiere generale del capoluogo emiliano. La crisi era iniziata quando il gruppo era nelle mani del fondo statunitense JH Partners e poi proseguita sotto la guida dell’imprenditore Silvio Scaglia, al quale, l’anno scorso, è subentrata la holding olandese.

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