intervista

Il ceo Perrier: «La Perla tornerà a crescere con la forza del made in Italy»

L’amministratore delegato Pascal Perrier spiega cosa ha spinto l’azienda alla quotazione a Parigi: «Ho coinvolto anche degli antropologi per mettere a fuoco il prodotto. Non faremo più sfilate e continueremo a produrre in Italia»

di Giulia Crivelli


default onloading pic

4' di lettura

Una quotazione più industriale che finanziaria, per assurdo che possa sembrare. Potremmo definire così la decisione di La Perla di quotarsi a Parigi, sul listino Euronext Growth, riservato alle Pmi, lo stesso, per intenderci, sul quale ha debuttato in luglio la società editoriale che pubblica il quotidiano italiano Il Fatto. Una decisione annunciata a sorpresa pochi giorni fa e che Pascal Perrier, amministratore delegato dell’azienda fondata a Bologna 65 anni fa e specializzata in abbigliamento intimo di alta gamma, spiega nei dettagli.
Il debutto alla Borsa francese è stato ieri, con una quotazione “diretta”, in cui non vengono vendute nuove azioni: quelle già detenute dagli azionisti vengono quotate per essere scambiate. Il primo giorno si è chiuso con un rialzo del 22%: le azioni, messe sul mercato a 4,5 euro e salite a 5,5, euro, sono pari però solo all’1,8% del capitale. A Bologna (si veda l’articolo in pagina) sono intanto riprese le trattative sul piano di ristrutturazione presentato in luglio.

Iniziamo dal futuro industriale di La Perla, prima di approfondire la quotazione a Parigi. Continuerete a produrre in Italia?
«Posso dire che non avrei accettato questo incarico e questa sfida, nel 2018, se non avessi condiviso con la proprietà la necessità che La Perla rimanesse un marchio del lusso made in Italy. Primo, perché il know how artigianale è a Bologna ed è stato tramandato di generazione in generazione. Secondo, perché la notorietà del marchio La Perla è strettamente legato a un’idea di qualità, eccellenza e stile nata e cresciuta in Italia. Si spiega anche così l’eccezionale brand awareness che abbiamo riscontrato in tutto il mondo, francamente sorprendente in proporzione al fatturato».

La Perla, storia di lingerie da una bottega di Bologna alla Cina

La Perla, storia di lingerie da una bottega di Bologna alla Cina

Photogallery35 foto

Visualizza

Perché allora tanti esuberi?
«La Perla è stata comprata nel febbraio 2018 dalla Tennor Holding. Era un’azienda in crisi di ricavi e in forte perdita dopo due precedenti gestioni infelici. O sfortunate, se preferisce: non sono qui per incolpare, ma per guardare al futuro. Non posso neanche mentire però: un piano di ristrutturazione e di rilancio spesso comprende la razionalizzazione dell’organico. L’impegno preso prima dell’estate con i sindacati e le lavoratrici e che mi sento di confermare è che faremo di tutto per minimizzare gli effetti del piano di esuberi, ricollocando quando possibile o fornendo formazione aggiuntiva in prospettiva di una fase di espansione che, sono certo, arriverà. Aggiungo che a Bologna continueremo a dare lavoro direttamente a circa 400 persone, alle quali si aggiunge l’indotto. Non è poco».

In questi giorni La Perla presenta nei negozi una collezione per celebrare 65 anni di storia. È focalizzata sulla lingerie, mentre negli anni scorsi c’erano anche abbigliamento e accessori. È una svolta?
«Il futuro dell’azienda è nel suo core business. Il mondo del lusso è resiliente e credo abbia ottime prospettive, ma è molto competitivo. Il ciclone internet ha colpito anche l’alta gamma: significa che tutto accade più velocemente, che le esigenze dei consumatori vanno comprese e soddisfatte in fretta e che non si possono sprecare tempo ed energie. Capisco il tentativo fatto dalle passate gestioni di allargare il business e credo anch’io in questa strategia, ma non credo in linee di abbigliamento, borse, scarpe a marchio La Perla. Infatti i clienti non hanno apprezzato. Le vendite si concentrano sull’abbigliamento intimo».

La quotazione, avete spiegato, non serve a raccogliere capitali, ma a riportare La Perla nel radar degli investitori. Un primo passo che potrebbe preludere ad acquisizioni, avete aggiunto. Ma non ha detto di voler puntare sul core business?
«L’ho detto e lo ripeto: La Perla deve concentrarsi su abbigliamento intimo e loungewear (capi di lusso da indossare in casa, potremmo dire, ndr), con un occhio al beachwear. Niente più sfilate né borse o scarpe: non le faremo più non solo e non tanto per tagliare i costi, ma perché non hanno funzionato. Ci sono fior di marchi del lusso di accessori, non potremmo mai competere con loro. Né loro si mettono a fare lingerie: un know how di 65 anni non si improvvisa.»

Che senso ha allora parlare di acquisizioni?
«Sul listino Euronext Growth abbiamo quotato la società La Perla Fashion Holding: se faremo operazioni quasi certamente si tratterà di brand estranei alla lingerie, che manterranno la loro identità. Sono comunque discorsi prematuri, ora la priorità è investire e ricostruire una struttura commerciale, perfezionare ogni passaggio produttivo, logistico, operativo. Abbiamo assunto due manager che vengono da Louis Vuitton e dal gruppo Richemont, per sottolineare ancora una volta che vogliamo restare nel segmento del lusso, non rendere il prodotto più accessibile.»

Il negozio di via Monte Napoleone, la via dello shopping più cara d’Italia, non è quindi in discussione?
«Potremmo ristrutturare o spostare altre boutique, ma Monte Napoleone non si tocca. Siamo nella posizione migliore, tra Hermès e Cartier: è vero, spazi così hanno costi elevati, ma allo stesso tempo non hanno prezzo, in termini di immagine, di posizionamento, di comunicazione.»

E il prodotto? L’ha detto prima, i consumatori sono cambiati.
«In questo anno di lavoro ho dato la priorità allo studio e analisi del mercato. Abbiamo organizzato panel in tutto il mondo, focalizzandoci sulle consumatrici di La Perla e sulle donne in generale. Ho chiesto aiuto a tre antropologi, forse le suonerà strano. Ma dovrebbe essere chiaro a tutti, anche a noi uomini, che le donne continuano a combattere le loro sacrosante battaglie per l’indipendenza, la consapevolezza di sé, la valorizzazione delle loro persone indipendentemente dagli uomini. Sarebbe sbagliato, quasi offensivo, credere che le donne pensino agli uomini quando comprano lingerie. Oggi lo fanno per sé stesse: indossare lingerie di lusso può anche restare un segreto che solo loro conoscono. Quindi dobbiamo ingegnarci a renderla, oltre che romantica ed elegante, comoda e pratica. Faremo ricerca su nuovi materiali e tecniche, aggiungeremo know tecnico a quello che già abbiamo. E torneremo a essere leader, anche tra i Millennial.»

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...