storie di statue

La Peste scappò da Venezia

Lo spettacolare altare marmoreo della chiesa di Santa Maria della Salute, dove lo scultore barocco Giusto Le Court immaginò la fuga del contagio dalla Serenissima

di Marco Carminati

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L’altar maggiore della Chiesa di Santa Maria della Salute a Venezia, opera di Giusto Le Court

Lo spettacolare altare marmoreo della chiesa di Santa Maria della Salute, dove lo scultore barocco Giusto Le Court immaginò la fuga del contagio dalla Serenissima


4' di lettura

Tutto cominciò nell’anno 1629 con una terribile carestia nella quale «le genti si vedevamo morir miseramente longo le strade» e masse dei disperati erano costretti a «spoliare la terra delle radici e delle herbe, e senza condimento quelle mangiavano... non altrimenti che fossero animali».

Come se non bastasse, dopo la carestia sopraggiunse la peste. Alla fine del 1629 la Lombardia e il Veneto vennero travolte dal morbo. Da Vicenza il contagio si diffuse rapidamente a Venezia, e le autorità della Repubblica Serenissima, non sapendo di fatto come contrastare l’epidemia, decisero di mettersi nelle mani del Padreterno, come era accaduto una settantina d’anni prima con la pestilenza del 1575. Si invocò il Cristo Salvatore e si deliberò di affidare alla sua benigna Madre le sorti della Serenissima. Nella Basilica di San Marco il doge Nicolò Contarini, eletto alla carica il 18 gennaio 1630, prese il solenne impegno di un voto: «eriger in questa Città e dedicar una Chiesa alla Vergine Santissima, intitolandola a Santa Maria della Salute».

Il luogo per edificarla venne presto individuato presso la Punta della Dogana e il Senato vagliò vari progetti architettonici pervenuti. La scelta cadde sul modello ligneo tridimensionale presentato alle autorità dal giovane architetto veneziano Baldassare Longhena (1598-1682). Il progetto venne dettagliatamente spiegato dallo stesso autore: sarebbe stata una grande chiesa «in forma di rottonda et di corona, per essere dedicata a essa Vergine, opera d’inventione nuova et non mai fabbricata niuna a Venetia». All’interno era previsto naturalmente un «santuario largo», dove avrebbe trovato posto un sontuoso «Altar della Beata Vergine». Si stabilì che tale altare sarebbe stato marmoreo, per cui il governo veneziano diede ordine di ricercare «un pezzo grande di finissimo marmo, in cui s’imprima la figura di Nostra Signora». E si optò per il materiale più prezioso: il candido marmo di Carrara.

Quanto allo scultore da ingaggiare, la Serenissima pensò in grande e guardò all’“estero”, vagliando l’ambiziosa ipotesi di incaricare il miglior maestro sulla piazza europea. Fu dato infatti mandato di sondare se «il cavalier Bernini si disporrebbe a venir qua, per isculpir l’Immagine di Nostra Signora». Ma il cavalier Bernini, seppur tutto «eccitato di trasferirsi a Venetia per un’opera insigne», si guardò bene dal lasciare Roma: con molti e involuti giri di parole il «padron del mondo» declinò l’invito.

Intanto la peste arretrò, e il 21 novembre del 1631 a Venezia venne dichiarata debellata.Il tempio votivo della Madonna della Salute giunse velocemente a compimento e divenne subito meta di fervidi pellegrinaggi e sontuose cerimonie gratulatorie, seppur ancora in assenza dell’altare marmoreo previsto ab origine, provvisoriamente rimpiazzato da una grande tela di Alessandro Varotari detto il Padovanino.

Lo spettacolare macchina marmorea che oggi vediamo giganteggiare nel santuario della Salute (e alla quale Maichol Clemente ha appena dedicato una bellissima monografia edita da Marsilio con il sostegno di Venezia Heritage Onlus) venne eretto in loco solo nel 1679, ad opera di uno scultore straniero: «Giusto de Corte fiammingo, che ha travagliato qui nella chiesa della Salute et ha molti lavoreri per le mani». In realtà, tra le carte d’archivio della Salute non esistono specifici documenti di commissione a Giusto Le Court per il suddetto altare; tuttavia una solida tradizione di fonti assegna senza titubanze proprio a «Giusto Fiamengo Scultore» il fastoso gruppo marmoreo, specificandolo composto dalla «statua in alto della Vergine Maria, col Bambino in braccio, quella di S. Marco e S. Giustiniano... e in disparte una vecchia scapigliata in atto di fuggire che simboleggia la peste».

Ma perché per una commissione di così gran pregio venne scelto un “foresto” come Le Court, che per giunta - a giudicare dalle voci che circolavano - si dubitava fosse «un buon cattolico»?

Giusto Le Court era nato nel 1627 a Ypres nelle Fiandre sudoccidentali ed era figlio di uno scultore. Forse studiò e lavorò ad Amsterdam negli anni dell’apprendistato. Di certo era già a Venezia nel 1655, impegnato quell’anno e negli anni appena seguenti nella realizzazione di sculture e tombe per alcune chiese della città, come San Gaetano, la Madonna dell’Orto e San Lazzaro dei Mendicanti. Fondamentale per la sua carriera fu l’aver affiancato, tra il 1665 e il 1669, Baldassare Longhena ed altri artisti nella realizzazione del roboante Monumento al doge Giovanni Pesaro che giganteggia ancor’oggi nella Basilica dei Frari. Fu grazie a questa impresa che «il signor Giusto Decurt scultor celeberrimo fiamengo» assurse a notorietà cittadina e si guadagnò un sonetto laudativo appositamente composto per lui da Sebastiano Mazzoni. La realizzazione dell’altar maggiore della cattedrale cittadina di San Pietro di Castello sigillò il definitivo primato del maestro: lo «scultor celeberrimo» era dunque pronto a modellare il suo capolavoro, l’altare della Salute.

Il «Bernini adriatico» (così verrà soprannominato) disegnò una struttura tripartita: un podio di base, un’arca sovrapposta, atta a incorniciare con angeli e statue di santi l’icona bizantina dalla Madonna Mesopanditissa (mediatrice di pace) portata da Candia nel 1670; e al culmine il vero e proprio colpo di teatro barocco, il gruppo marmoreo con Maria e il Divino Bambino in volo tra le nubi che accolgono la supplica di Venezia genuflessa, ordinando a un angelo di scacciare l’orrida Peste con una torcia infuocata.

La figura della Peste è senza dubbio il dettaglio più impressionante e spettacolare dell’intero complesso. È raffigurata come una vecchia megera dai seni candenti mentre fugge sconvolta in direzione del coro, come se avvertisse il terribile calore della torcia infuocata che l’angelo le sta infilando nel fianco. La Peste allarga le braccia e urla, mostrando la sua bocca sdentata: lo scultore qui ha scavato in profondità il cavo orale nel marmo per aumentare l’illusione dell’urlo disumano. Ma l’effetto voluto è questo: che la scultura scappi a gambe levate, lasci definitivamente il santo luogo e con esso abbandoni per sempre la città. Un’antentica «maraviglia» barocca: forse neppure il Bernini “vero” avrebbe potuto far meglio del «Bernini adriatico».

Il marmo bianco e la peste nera

Maichol Clemente

Marsilio, Venezia, pagg. 208, € 35. Edizione bilingue inglese-italiano

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