la scomparsa di KARL LAGERFELD

La più inconsolabile sarà (forse) la micia Choupette

di Giulia Crivelli


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5' di lettura

A differenza di tanti altri stilisti, artisti e scrittori di ogni epoca, da Giorgio Armani a Freddie Mercury, da Ernest Hemingway a Doris Lessing, Karl Lagerfeld scoprì in tarda età il magico mondo dei gatti. Per caso: un suo amico gli chiese di tenere per qualche mese la gattina che aveva appena adottato, perché doveva lasciare Parigi.

Choupette, così si chiamava la piccola felina bianca con occhi azzurri e pelo lungo da persiano (ma muso da tigre in miniatura, non da gatto persiano), non lasciò più la casa di Lagerfeld. Anzi, ne divenne l’imperatrice, visto che lo stilista era già da tempo definito Kaiser Karl. L’amore da privato si fece pubblico, come se Lagerfeld sentisse il bisogno di recuperare il tempo perduto a non celebrare la bellezza e il fascino e il mistero dei gatti.

Choupette divenne protagonista di libri, campagne pubblicitarie, innumerevoli capi di abbigliamento e accessori della linea Karl Lagerfeld. Anzi, forse la risollevò da una sorta di oblio in cui era caduta. Potremmo dire che Choupette ridette entusiasmo e spinta creativa a Lagerfeld, che aveva sempre un po’ trascurato il marchio che porta il suo nome, assorbito da Chanel e Fendi. A Choupette Lagerfeld ha inoltre dedicato una sezione del suo sito, dove si possono trovare la “lista dei desideri di Choupette per il suo compleanno”, la “lista dei buoni propositi di Choupette per l’anno nuovo” e altre dimostrazioni di devozione del compagno “umano” della gattina. Choupette ha dame di compagnia, chef, veterinari disponibili 24 ore su 24 tutto l’anno.

Ha un toelettatore di fiducia e ogni suo oggetto è personalizzato. Nelle tante fotografie disponibili online o viste sui giornali, Choupette appare tranquilla e affezionata “il giusto”. Come si confa a un gatto: chi ne possiede uno e chi li ha studiati sa quanto sia difficile decifrare la mente e il cuore di un gatto (siamo tra coloro che pensano che ogni animale abbia una vita emotiva diversamente ma ugualmente ricca di quella degli esseri umani).

Cosa provava davvero Choupette per Karl Lagerfeld? Prima di immaginare una lettera d’addio (o di arrivederci) scritta dalla gatta imperatrice per il suo Kaiser, aggiungiamo un aneddoto personale. Nel 2015, in occasione della sfilata di alta pellicceria organizzata a Parigi per celebrare i 50 anni di collaborazione con Fendi, incontrai Karl Lagerfeld qualche ora prima dello show.

Le ragazze dell’ufficio stampa e membri del suo staff mi avevano avvertita: niente domande sul passato, niente domande personali. Soltanto domande sulla sfilata e sul futuro della partnership con Fendi, non sull’anniversario. Avrei voluto intervistarlo in tedesco, la sua lingua madre e anche la lingua di mia mamma. Ma mi fu chiesto di non farlo, perché le persone dell’ufficio stampa, tutte francesi o italiane, non avrebbero capito. Optai per l’inglese.

Ma pensai che un modo per alleggerire l’atmosfera (Lagerfeld incuteva timore reverenziale, come minimo) sarebbe stato parlare un po’ di gatti. Parlare di gatti però, pensai, poteva sembrare piaggeria. A quel punto il suo amore per Choupette era noto a tutti. Decisi allora di presentarmi con una vignetta dedicata ai gatti del New Yorker, la portai con me a Parigi con una cornice rossa. Quando ci sedemmo gliela diedi, spiegando, in tedesco, che condividevo la sua passione per i piccoli felini e che le vignette del New Yorker sono quelle, a mio parere, che meglio ne colgono la natura, anche negli aspetti di relazione con gli umani. Sorrise e mi guardò con tenerezza. Vagamente imbarazzato, forse. Per il dono inaspettato e forse per la sua inaspettata reazione.

Lo tolsi immediatamente dall’imbarazzo, passando all’inglese e facendo la prima domanda sulla collezione di alta pellicceria che avremmo visto sfilare di lì a poco. Ancora oggi, chiudendo gli occhi, lo vedo seduto di fronte a me, con le mani posate su quel piccolo quadro. Non ho mai avuto il coraggio di indagare per sapere se lo avesse appeso da qualche parte. Ma mi piace pensare che ogni tanto gli abbia dato un’occhiata e pensato alla sua fan italo-tedesca, gattofila come lui.

Ecco il ricordo che Choupette potrebbe leggere in un’immaginario rito in stile “Quattro matrimoni e un funerale” in cui sul pulpito potesse salire lei. Non leggerebbe la poesia di W.H. Auden Blues in memoriam , come accade nel film del 1994 che rese famoso Hugh Grant. Sarebbe forse un po’ più prolissa, ma altrettanto poetica.

«Caro Karl, come disse un filosofo da te molto amato e nato nella tua stessa terra, Ludwig Wittgenstein, se un leone potesse parlare noi non lo capiremmo. Io sono un piccolo felino, quindi queste parole valgono anche per me. Non ho mai parlato la lingua di voi umani né vorrei, a essere sincera. Non mi sembra vi aiuti a comunicare davvero. Ho sentito uomini e donne litigare aldilà di ogni mia comprensione, per motivi a me insondabili. Non è successo nella nostra casa, ma l’ho visto in televisione o nei film che guardavamo insieme. Noi gatti usiamo la nostra lingua - ed è per questo che non ci capireste comunque - per difenderci dai pericoli reali e per esprimere sentimenti autentici. Paura, terrore, affetto, passione, voglia di giocare. Un desiderio che non perdiamo mai: so di miei parenti molto anziani che continuano a giocare con lo stesso spirito di quando avevano pochi mesi. In te ho visto e ammirato questo: hai giocato fino all’ultimo. Con me e con il tuo lavoro. Mi hai riempita di attenzioni e hai resto la mia vita facile e agiatissima. Non so se sono riuscita a farti capire quanto ho apprezzato e quanto mi sono sentita fortunata. Sbaglia chi pensa che un gatto non sia emotivamente dipendente dal suo umano: non sono solo i cani a provare sentimenti così intensi. Abbiamo soltanto un modo diverso di esprimerli. Come te, anche se per ragioni diverse, non so guardare al passato e nemmeno al futuro: vivo l’oggi, vivo il presente. Da un momento all’altro tu non sei più nel mio presente né nel mio futuro. Sei dentro di me però. Non avrò mai un altro umano come te, anche se avrò chi si prenderà cura di me con lo stesso affetto che avevi tu. Forse avrò sette vite, ma un solo amore. Non ho rimpianti, non posso dire che avrei voluto fare più fusa, darti più buffetti, dormire di più sul tuo grembo. Ci siamo mostrati l’uno all’altro senza finzioni né forzature. Senza tradire la nostra natura. Non invidio gli esseri umani se non per un aspetto: la possibilità di elaborare un lutto. Non ci riuscirò mai, non avrò altro Karl all’infuori di te».

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