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Deutsche Bank, la poca redditività in Europa e la sfida persa con gli Usa

di Alessandro Graziani

(EPA/DANIELREINHARDT)

2' di lettura

Il piano di ristrutturazione di Deutsche Bank - che punta sul taglio dei costi, del personale e delle attività negli Usa - è la conseguenza di scelte strategiche sbagliate del passato quando il gruppo tedesco ha tentato di costruire un colosso globale che facesse concorrenza alle grandi banche Usa nel capital market e nell’investment banking. Battaglia persa, già da qualche anno, anche perché la “disinvoltura” con cui Deutsche ha accresciuto l’attivo di bilancio è stata poi sanzionata a più riprese dalle Autorità Usa che hanno inflitto sanzioni miliardarie a Deutsche e alle altre banche europee (da Barclays a Credit Suisse) più attive sul mercato globale dei capitali in America.

Il caso Deutsche Bank, che tra l’altro ha all’attivo una consistente fetta di titoli illiquidi di tipo level 2 e level 3, è il principale focolaio di crisi tra le banche europee che, malgrado i postumi della crisi del 2007-2008 siano passati, si trovano tuttora davanti a uno scenario critico. Per tutti, a partire da Deutsche, il problema principale è la redditività del capitale che, tranne in pochi casi come Santander, è inferiore al costo del capitale. Negli Usa invece circa l’80% delle grandi banche ha ritorni superiori al costo dell’equity. Facile intuire chi attrae di più l’interesse degli investitori.

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La prospettiva in Europa è sfidante per tutti, anche perchè nei prossimi anni Basilea4 richiederà 135 miliardi di capitale in più (stime Eba). E sulla redditività incideranno in negativo i tassi d’interesse a zero e la crescita anemica, gli investimenti miliardari da sostenere per il digital banking, il costo dei nuovi bond assoggettabili a Bail in (Mrel e Tlac). L’iper-regolamentazione del settore a livello internazionale, pur creando banche più solide, sta penalizzando gli istituti europei che si trovano a fronteggiare normative Ue e regulation nazionali. Una risposta possibile al calo della redditività passa dalle aggregazioni, anche cross border, che però non saranno realizzabili con efficacia finchè non sarà creata una vera Unione bancaria.

Le divisioni europee rischiano di indebolire un settore come quello bancario che invece dovrebbe essere decisivo anche nel promuovere il mercato unico dei capitali dove ormai, anche in Europa, dominano le big banks Usa che conquistano quote di mercato nei business più redditizi e già oggi hanno un ruolo dominante in Europa nel collocamento dei bond aziendali e, da primary dealer, stanno edificando un oligopolio nel classamento dei titoli di Stato emessi dai governi europei. E collocati presso gli asset manager, altro mercato in cui dominano i colossi Usa e asiatici. Senza troppo clamore, l’Europa rischia di cedere sovranità agli Usa in un settore strategico come quello finanziario.

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