ARTHUR RIMBAUD

La poesia come rivoluzione

Tutti gli scritti editi da Marsilio, curati da Oliver Bivort e tradotti da Ornella Tajani.

di Nicola Gardini

5' di lettura

Quando si guarda all’opera di un sovversivo come Arthur Rimbaud, si comprende che la storia della poesia è fondamentalmente rivoluzione sociale. Non tutti i poeti hanno le sue capacità e le sue pretese riformistiche, ma tutti i poeti, anche quelli che più apparentemente continuano una tradizione, provano a intervenire sulla realtà, se non altro allontanandosi per mezzo del ritmo e del canto o di qualche forma di armonia dalle tristezze del linguaggio corrente. Nessun poeta è meno che mago, nelle intenzioni. La messa in crisi della lingua non è che il paradigma di un rinnovamento assai più esteso che coinvolge in una volta le coscienze individuali e le istituzioni pubbliche, insomma tutti i fondamenti del vivere civile, in vista di ideali superiori. Io poeta – io Rimbaud, nella fattispecie – cambio la lingua perché deve cambiare la società; perché deve cambiare il mondo; perché si può essere migliori, più veri. Né – sia chiaro – lingua e mondo si rapportano l’una all’altro su basi puramente analogiche. Qui non si tratta di paragoni: come la lingua, così il mondo; se la lingua…, allora, per somiglianza, anche il mondo… La lingua è il mondo, poiché il mondo è luogo di significati prima che di eventi. Quando si trasformano i significati, si trasforma inevitabilmente la sostanza delle cose e dell’essere umano.

Insofferente di tutto, sempre furibondo, Rimbaud non si limita a criticare quel che ha davanti: la soffocante provincia, la morale borghese, la normatività sessuale, la religione, i fallimenti della politica francese, la pessima scrittura. Lui vuole una rinascita generale, una nuova primavera. La prima parola del suo corpus è appunto “Ver” (il latino per “primavera”). E quale sarebbe il seme della rinascita? Lui stesso. Questo poeta di pochi anni, questo puer, che da sempre si sente diverso e resta coerentemente protestatario ogni giorno della sua vita e, precoce in tutto come nessun altro, sa contemplare d’un colpo d’occhio e contenere in sé inizio e fine, slancio e compiutezza, non lamenta alcuna esclusione: usa la propria diversità come una missione. Nessuna volontà di appartenenza, nessun conformismo mai, neppure nel più conformistico degli spazi, cioè la scuola, dove è emarginato per troppa bravura. L’amore, quello sì; mai l’integrazione.

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Rimbaud si sente un protetto di Apollo e delle Muse; ancor meglio: si sente un Cristo. La sua frase «Je est un autre», che scrive a due dei suoi principali corrispondenti (Georges Izambard e a Paul Demeny il 13 e il 15 maggio 1871), significa questo: non esisto se non nell’innalzamento di me (“monter”, “salire”, è tra i suoi verbi prediletti); sono uomo e sono dio. Mira a identificarsi con il suo “génie”, ovvero con una dimensione superiore dell’intelligenza e della sensibilità. La famosa alterità rimbaldiana dell’io, che non smette di correre a sproposito di bocca in bocca, non va presa per alienazione o per desoggettivizzazione (o spersonalizzazione, capriccio di certo avanguardismo novecentesco). Rappresenta invece un potenziamento del sé, una “transustanziazione”, un’”alterazione” – se vogliamo continuare a giocare con la varietà semantica – del pensiero; un “tradurre” il dato in metafora, nella metafora trovando un nuovo dato. “Traduction” è proprio una parola di Rimbaud (mi sto riferendo a uno dei suoi passi più celebri, «Alchimia del verbo»), un hapax legomenon, che, mentre risulta enigmatico per alcuni, per me indica abbastanza chiaramente il progetto di mutare l’inerzia verbale e mentale in “altra lingua”. In conclusione, il poeta sa che prima o poi, grazie alle sue magie, tutti dovremo parlare e pensare da “stranieri”. Alterandosi, il pensiero si accresce e vede di più, più a fondo. E tale alterazione ha qualcosa del fenomeno incontrollabile, è un’“éclosion”, uno “sbocciare”, che non deriva, alla fine, da nulla di volontario. Che ci possono fare, illustra figurativamente Rimbaud ai due citati signori, il legno e l’ottone se un giorno si ritrovano violino e tromba? Certo, ci vuole impegno a diventare altro: ci vuole un “dérèglement” (“sregolamento”) dei sensi (le facoltà percettive) per diventare “Voyant”, “visionario”. Però, l’impegno arriva fino a un certo punto. “Ce n’est pas du tout ma faute”: “Io non ci ho nessuna colpa”. Lo “sregolamento” stesso è parte dello “sbocciare”.

La carriera di Rimbaud è un’iniziazione perenne; una ricerca che, sostenuta da una vocazione anche troppo presto matura, si riforma continuamente su sé stessa, approfondendo e smentendo i risultati via via raggiunti, pendolando tra fallimento e trionfo, fino alla consunzione ultima della volontà e della parola. Comincia a scuola con alcuni componimenti metrici in latino, il massimo della “regola”, che sanno di Ovidio (da lui quel “ver” che ho ricordato) e di Virgilio (oh eccezionalmente belli, soprattutto quando si considera che l’autore ha solo quattordici anni, e colmi di profezie), passa per ogni sperimentazione e registro (e non pochi capolavori), perviene a una resa dei conti nella prosa poetica di Une saison en enfer e si chiude con il francese introverso, buio delle Illuminations. Poco più di cinque anni di attività, durante i quali il poeta pubblica appena tre poesie, una satira politica e Une saison en enfer (che per altro a lungo non avrà alcuna circolazione). Poi, per oltre sedici anni, il silenzio: i viaggi, il disinteresse per quel che in Francia si va facendo della sua opera, il cancro.

Tutti gli scritti di Rimbaud escono ora per Marsilio con il titolo di Opere, accompagnati dal testo a fronte. La traduzione è di Ornella Tajani e la cura di Olivier Bivort. Si tratta di un bel volume, elegante e informativo, governato da senso della misura e da rara limpidezza di intenti, destinato a rimanere – suppongo – il Rimbaud italiano per molti anni. Bivort ha giustamente deciso di sistemare i testi secondo la data di composizione, lasciando emergere dalla semplice sequenza cronologica la direzione della creatività rimbaldiana. Ha incluso anche i componimenti latini (tradotti da Emilio Pianezzola), che saranno una sorpresa per il lettore meno esperto del Rimbaud “pre-Bateau ivre” o per quello più riluttante ad accettarli fuori dei confini dell’esercizio scolastico, e una scelta di alcune lettere, compresa quella che Rimbaud scrisse a Paul Verlaine dopo la rottura. Sia l’introduzione sia le note di commento sono ispirate alla più sincera volontà di chiarezza e di informazione (spiace solo non trovare alcuna nota sul termine “traduction”, che al bravo curatore forse sarà sembrato fin troppo accessibile). Un’ottima cronologia completa gli apparati esplicativi. La traduzione, che la traduttrice giustifica in una lunga nota, è limpida ed elegante; districa non pochi viluppi e non si sforza di riprodurre isosillabismi, rime o giochi di parola laddove la somiglianza tra le due lingue non venga in soccorso, e in tal modo propone un giusto metodo per tutti i traduttori di opere complete di poesia. Un conto, infatti, è tradurre componimenti singoli, per ragioni artistiche o determinate da circostanze particolari, un conto tradurre un corpus completo per un’ampia diffusione. Suggerisco solo, in vista di una ristampa, di rendere l’“ô” delle esclamazioni con “oh” e non con “o” (come in “Genio”, p. 513) perché sia evitata confusione con la “o” disgiuntiva (“o” andrebbe bene se si trattasse di invocazioni alla seconda persona).

Opere

Arthur Rimbaud

A cura di Olivier Bivort,
traduzione di Ornella Tajani

Marsilio, Venezia, pagg. 856, € 20

Riproduzione riservata ©

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