analisiI DATI SUL PIL 

La politica di bilancio tra Scilla e Cariddi

di Rossella Bocciarelli

Le nuove stime Istat per il 2018 rivedono al ribasso dall'1 allo 0,9% le stime di crescita e registrano un preoccupante aumento del debito pubblico dal 131,3 al 132, 1 per cento (Imagoeconomica)

3' di lettura

Un grande futuro è alle nostre spalle? Nei dati diffusi dall'Istat il 2018 risalta ancora come il quinto anno di crescita consecutiva: un risultato da conservare e incorniciare, visti i venti di recessione che sembrano soffiare anche in questo primo scorcio del 2019, confermati dal brutto dato di febbraio ricavato dalle valutazioni dei direttori degli acquisti nel settore manifatturiero (l’indice Pmi è ora al livello totale minimo dal 2013).

La crescita economica si è comunque già dimostrata, anche lo scorso anno, sempre più flebile: +0,9% è ora la stima per la dinamica reale del Prodotto interno lordo (contro il+1% stimato dall’Istat poco tempo fa), mentre il deflatore del Pil, pari allo 0,8%, si è rivelato assai più basso di quanto stimasse anche il Governo: i prezzi dei prodotti, al netto di quelli delle merci importate, sono, insomma, ancora troppo freddi.

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Come risultato, la crescita nominale dell’anno appena trascorso è stata soltanto dell’1,7 per cento mentre molti operatori si attendevano un aumento del prodotto nominale superiore al 2,1 per cento. E qui è il vero tallone d’Achille della nostra economia, anche sotto il profilo della sostenibilità dei conti pubblici. Un denominatore più basso del previsto fa infatti lievitare il rapporto fra debito e Pil. Questo, infatti, invece del 131,7% previsto dal Governo nei suoi ultimi aggiornamenti dei documenti programmatici, sale al 132,1%, dal 131,3% fatto registrare nel 2017.

È ancora e sempre il debito pubblico il fardello più difficile da gestire, più ancora dell’indebitamento netto, che ha chiuso l’anno al 2,1 per cento contro l’1,9% stimato dal Mef, per effetto di maggiore spese correnti, connesse all’aumento dei contratti per gli statali e a maggiori contributi sugli investimenti (ma gli investimenti pubblici sono scesi ancora di un miliardo rispetto allo scorso anno). Senza crescita, infatti, lo stock del debito in rapporto al prodotto nominale tende ad aumentare da solo.

Va poi considerato il fatto che il 2018 è l’ultimo anno con oneri per interessi sul debito pubblico in discesa. I 64 miliardi e 879 mila euro dello scorso anno appaiono destinati ad aumentare. Di quanto? Non di molto, secondo gli esperti del Cer, che parlano di 2 miliardi in più nel 2019 e di 4 miliardi in più nel 2020.

L’impatto dei rialzi già intervenuti nello spread a partire dal maggio del 2018 non è ancora fortissimo perché il tasso medio di emissione è ancora inferiore alla media storica (i titoli decennali che vengono a scadenza ora avevano un rendimento molto superiore, dunque c’è un effetto roll-over positivo) e poi si è verificata una riduzione dello spread rispetto alle punte massime del novembre scorso. Se però, osservano gli esperti, malauguratamente si dovesse verificare un nuovo shock sui mercati si finirebbe con lo sfondare anche la stima di previsione dei 67 miliardi di oneri per interessi sul debito per il 2019, finendo su una china assai pericolosa.

Navigare in questo mare è dunque sempre più difficile, perché ci si trova fra Scilla e Cariddi: se si vara una manovra di contenimento in corso d’anno si finisce per approfondire la recessione (e, per questa via, la spirale debito /Pil). Se si insiste con la spesa in deficit, a prescindere dal suo impatto vero sullo sviluppo, si rischia di far lievitare ancora lo spread e il livello dei tassi d'interesse. Di questo passo il “sentiero stretto” della finanza pubblica di cui parlava l’ex ministro del Tesoro Piercarlo Padoan comincia a somigliare a un’autostrada.

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