enciclica «Fratelli tutti»

La politica del Buon Samaritano

Magistero della Chiesa. Con la nuova enciclica «Fratelli tutti» papa Francesco indica la fraternità come valore capace di comporre le fratture che lacerano la società e come forza di contrasto al virus dell’indifferenza

di Nunzio Galantino

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(REUTERS)

Magistero della Chiesa. Con la nuova enciclica «Fratelli tutti» papa Francesco indica la fraternità come valore capace di comporre le fratture che lacerano la società e come forza di contrasto al virus dell’indifferenza


4' di lettura

È papa Francesco stesso a dirci che, mentre è stato San Francesco d’Assisi a ispirargli il titolo Fratelli tutti (Ammonizioni 6,1), nell’Enciclica trovano posto molte delle sue precedenti riflessioni «sulla fraternità e l’amicizia sociale». Collocate però, queste riflessioni, «in un contesto più ampio» e integrate da «numerosi documenti e lettere» inviati da «tante persone e gruppi di tutto il mondo» (n. 5).

A leggere gli otto capitoli e i 287 paragrafi che compongono questa “lettera circolare” - è il significato della parola Enciclica, strumento tipico del papato moderno per prendere posizione su temi dottrinali e di vita socio-politica - si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a una nuova pagina della Dottrina sociale della Chiesa, chiamata a fare i conti con una fraternità percepita sempre più come «promessa mancata della modernità» (papa Francesco).

Istanza morale

In quanto istanza morale - costantemente sottoposta alla prova e soprattutto all’arte del convivere quotidiano - la fraternità «è fragile come la coscienza, fragile come l’amore la cui forza è tuttavia inaudita. [...] (È il) mezzo per resistere alla crudeltà del mondo» (E. Morin). Insomma, una fraternità che si presenta come atto di resistenza da coltivare tra esseri umani e da esercitare nei confronti di tutto il creato (cfr. Laudato si’). Una fraternità capace, per sua natura, di ricomporre quelle fratture tra il singolo e la comunità umana (cfr. n. 30) che rendono malato il volto del mondo.

Malato perché le grandi parole - democrazia, libertà, giustizia, unità - hanno perduto la pienezza del loro significato. Ma malato anche perché sembrano non aver più presa la coscienza storica, il pensiero critico, la lotta per la giustizia e le vie dell’integrazione (cfr. n. 14 e 110). Non è un mistero! Le varie forme di suprematismo sembrano aver cavato dalle loro vene il sangue rosso della passione, contagiando anche il modo di fare politica. Questa infatti «non è più una sana discussione su progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune, bensì solo ricette effimere di marketing che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace» (n. 15). E questa cos’è, se non la strada più sicura che porta dritto al deterioramento dell’etica (n. 29)? Purtroppo, ricorda il papa, una spinta in questa direzione viene anche dai mass-media, soprattutto quando si prestano per sgretolare il rispetto della dignità dell’altro, chiunque esso sia, e ad eliminare ogni forma di pudore. Si creano circoli virtuali isolati e autoreferenziali, nei quali la libertà è un’illusione e il dialogo non è costruttivo, mentre abbiamo bisogno «di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, […] perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana» (n. 42).

«Un estraneo sulla strada» si propone e viene proposto come istanza di risposta al declino della fraternità e dell’amore sociale. Un modello di comportamento sociale e civile (cfr. n. 66), lontano mille miglia da stili e comportamenti bollati come buonisti. È il Buon Samaritano (n. 63)!

In una società tentata di voltare le spalle al dolore e di esaltare l’analfabetismo del cuore (nn. 64-65) irrompono i «dieci verbi della tenerezza» (Luca, 10, 29-37), che descrivono le azioni del Samaritano: fermarsi dinanzi al malcapitato e farsene materialmente carico. Verbi che descrivono gesti di fraternità e denunziano con chiarezza l’amore sociale tradito (cfr. n .81), quando si fa leva su pregiudizi, interessi personali e barriere storico-culturali. Con i suoi gesti, il Buon Samaritano trasforma la strada dell’aggressione e del delitto in cantiere per la costruzione di una società che sa includere, integrare e sollevare chi è caduto o è sofferente (n. 77).

L’indifferenza

Il papa è consapevole, come lo è qualsiasi persona non contagiata dal virus dell’indifferenza, che, in ogni caso, la fraternità non è mai un soave duetto. Essa è sempre messa a rischio sia dal falso universalismo di chi non ama il proprio popolo, sia dall’universalismo autoritario e astratto, che mira a omogeneizzare, uniformare e dominare. La difficile strada della custodia delle differenze è il criterio della vera fraternità. Si è fratelli perché si è, insieme, uguali e diversi, facendo esperienza di quell’amore sociale (cfr. n. 186), in virtù del quale «ognuno è pienamente persona quando appartiene a un popolo, e al tempo stesso non c’è vero popolo senza rispetto per il volto di ogni persona» (n. 182).

Programma politico

Programma politico, quello dettato da Francesco? Sì, nel senso più nobile della parola. Infatti, si legge al n. 154: «Per rendere possibile lo sviluppo di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale, è necessaria la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune. Purtroppo, invece, la politica oggi spesso assume forme che ostacolano il cammino verso un mondo diverso». «Mi permetto di ribadire - continua il papa - che la politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia» (n. 171). Al contrario, «abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi, [...] capace di riformare le istituzioni, coordinarle e dotarle di buone pratiche, che permettano di superare pressioni e inerzie viziose». Non si può chiedere ciò all’economia né si può accettare che questa assuma il potere reale dello Stato, perché «il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale» (n. 168).

Insomma, una politica che voglia contribuire a costruire fraternità e amicizia sociale passa attraverso un recupero di umanità. Lontano quindi da parole sprezzanti verso l’altro, soprattutto se fragile e in condizione di svantaggio. Questi infatti ha il «“diritto” di prenderci l’anima e il cuore» (n. 194).

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