Opinioni

La politica fa i conti con eccezionalità ed emergenza

di Natalino Irti

(Tania/contrasto)

2' di lettura

Se, come si insegna da eminenti filosofi, l’individuo si risolve nelle opere, che egli fa o concorre a fare, allora le cadenze anniversarie dovrebbero riguardare, non il semplice nascere e morire, ma poesie, romanzi, saggi di studio, e, insomma, tutte le orme lasciate dall’uomo nella vita materiale e spirituale.

Nessuno ha rammentato il centenario di un grande libro di Carl Schmitt, «La Dittatura» (Die Diktatur), apparso nel 1921, e oggi tenuto per classico delle teorie politiche e giuridiche. Forse il silenzio nasce dalle cupe ombre, che si distendono sulla vita, o su tratti di vita, di Schmitt, e lo accompagnano anche nella tarda solitudine di Plettenberg. Il libro gravita (e duole di sciuparne qui la ricchezza argomentativa) sull’ardua distinzione fra “dittatura commissaria” e “dittatura sovrana”: l’una si svolge all’interno di un dato ordinamento, e lo difende e protegge; l’altra contrappone un diverso ordinamento, e dà mano per instaurarlo in luogo di quello in vigore. Schmitt trae la prima figura dalle fonti romane, dove il dictator è preposto, per preciso periodo di tempo, a un àmbito di attività, si scioglie da tutti i vincoli di decisione collegiale, ma pur depone ogni autorità dopo l’esaurimento dell’ufficio. È, questa, la figura consueta nella storia europea, che oggi si riaffaccia, sotto più amabile e innocente nome di “commissario”, in tutte le situazioni di “emergenza” o “eccezionalità”. Designano queste parole stati di cose assai diversi, poiché l’emergenza è evento interno alla normalità (la quale, come è ovvio, non è un quieto e sereno scorrere), mentre l’eccezione rompe la regola, e ferisce o schianta la normalità di un dato sistema.

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Il libro di Schmitt non poteva presagire forme di dittatura tecnocratica, al cui servizio si pongano economia e politica. Né distinguere, in questo nuovo e diverso orizzonte, gradi di costrizione fisica e spirituale, che serrino l’individuo nei luoghi di lavoro e nella stessa quotidianità di vita. Ma l’autore – incomparabile e controverso “spettatore” del secolo Ventesimo – avvertì, nella prefazione alla quarta edizione del 1978, come ben poteva accadere che «taluni capitoli di questo libro appaiano in una luce del tutto nuova».

Quella luce, che giunge ora dalle vicende mondiali degli ultimi anni.

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