EFFETTO CRISI

La povertà ora «corteggia» giovani e giovanissimi

di Claudia Galimberti


3' di lettura

Disuguaglianze? Ma non si dovrebbe parlare di uguaglianze? Uguaglianze della disperazione di raggiungere una terra amica e lontana dalle guerre, di poter lavorare e mantenere la famiglia o addirittura di potersi permettere una famiglia. Quante uguaglianze genera la disperazione? Possiamo aggiungerne altre. La consapevolezza di essere diversi perché handicappati nel fisico o nella mente, di essere neri o gialli di pelle, di essere omosessuali, di essere semplicemente poveri e affamati; di essere bambini nati senza opportunità, in terre povere o perennemente in conflitto. Ecco tutti questi esseri sono uguali tra di loro, non disuguali, accomunati dalla solitudine e dalla disperazione del cuore.

Il rapporto Caritas non distingue più tra stranieri e italiani: la povertà è molto democratica e distribuisce in maniera assolutamente uguale la miseria. Una sola nota: ora predilige i giovani e i giovanissimi e lascia un po’ da parte gli anziani. La disperazione allunga i suoi tentacoli e arriva a colpire l’altra faccia della medaglia della vita, la generazione dei giovani nati negli anni ‘80 e ‘90, chi oggi ha tra i 20 e i 35 anni, l’età più produttiva nell’arco della vita; quella in cui si studia o si lavora offrendo le migliori capacità alla società che li ha formati. La crisi ha livellato tutti, giovani e vecchi, e li ha resi uguali nel bisogno.

Uguale nel bisogno anche chi fugge dai cambiamenti climatici, da siccità e alluvioni. Sono proprio quei cambiamenti, di cui abbiamo parlato domenica 16 ottobre, a generare altre disuguaglianze e altre uguaglianze, esodi da terre che divengono inospitali e spingono alla fuga. Non è solo colpa dell’uomo e delle sue politiche, o della sua pericolosa abitudine a usare sostanze tossiche, i cicli della vita del pianeta sono programmati all’interno, nel cuore della terra dove esiste un orologio del tempo che noi non controlliamo minimamente e che è responsabile di terremoti, maremoti, eruzioni e spostamenti dell’asse del pianeta. Ma questi rivolgimenti naturali, noti fin dai tempi antichi e attribuiti, per esorcizzarli, all’ira degli dei dell’Olimpo, o evocati e allontanati con danze propiziatorie da stregoni compiacenti, rientrano nel lavorio costante della natura.

Il rivolgimento pericoloso che non rientra nei canoni della natura e da cui dobbiamo difenderci è continuare ad allargare le disuguaglianze con mezzi umani. Gli ugualmente disperati, travolti da vicende storiche e umane che potevano essere in gran parte evitate o per lo meno attenuate, sopravvivono per l’attenzione di altri uomini, che oggi si occupano di loro, secondo un circolo vizioso/virtuoso per cui chi colpisce appartiene allo stesso genere umano di chi poi tende la mano per sanare le ferite fisiche e morali. Lo sa bene Emergency, che cura le vittime delle bombe: sono uomini i carnefici, le vittime e i soccorritori, divisi in buoni e cattivi, dove i buoni e i cattivi si confondono in una marea di sottili differenze che li fa essere tutti buoni e cattivi al tempo stesso. I soli buoni sembrano essere i medici, i volontari laici e religiosi. Ma la mano che spara e quella che guarisce appartengono allo stessa umanità, accomunata dalla nascita da una donna e da un uomo: hanno solo avuto opportunità diverse quando sono nati ed è questa la madre, dura a morire, di tutte le disuguaglianze.

denpasar@tin.it

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