A TAVOLA CON ELSA FORNERO

«La povertà, il ruolo delle élite e le sfide del progetto Draghi»

L’ex ministro, in un sobrio pranzo nella sua casa di Torino, parla della famiglia e delle riforme per salvare i conti del Paese

di Paolo Bricco

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Ritratto di Ivan Canu

L’ex ministro, in un sobrio pranzo nella sua casa di Torino, parla della famiglia e delle riforme per salvare i conti del Paese


7' di lettura

«Non mi faccia passare per Cenerentola». Cenerentola, no. Ma nemmeno la Matrigna. Elsa Fornero mi accoglie nel salotto del suo appartamento in centro a Torino per una “A tavola con” insieme privata e pubblica, in un passaggio particolare della vicenda del Paese. L’Italia è scossa dalla pandemia e dalla crisi economica ed è divisa fra la piazza e la torre, secondo l’immagine di Niall Ferguson sulla rimodulazione destrutturante dei poteri nel nostro Medioevo contemporaneo. È minata dalla sfiducia e dal risentimento ed è segnata dalla crisi della politica parlamentare. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha individuato in Mario Draghi il nuovo capo del Governo.

Elsa Fornero e io parliamo di popolo, di élite e soprattutto di povertà. Di uno, di tanti, di tutti. Il ritorno alla paura ancestrale, appartenuta per secoli a una società contadina che soltanto con l’industrializzazione del Novecento e dopo il Boom economico ha sperimentato la sua riduzione, fino alla sua rimozione. Perché, ormai, la povertà è una possibilità realistica per molti italiani che nell’immediato rischiano di non avere più il lavoro, non pagare più il mutuo e perdere la casa e che nel futuro avranno pensioni modeste e in tarda età: «E questo potrebbe accadere per l’assenza di uno sviluppo sano e robusto che è la vera promessa mancata dagli anni Novanta a oggi, perché se il Pil non cresce ogni riforma, in particolare quella previdenziale, può essere dolorosa», dice lei che, fra l’altro, è coordinatrice del CeRP (centro studi sulle pensioni e il welfare del Collegio Carlo Alberto), è vicepresidente di due istituzioni europee di ricerca (Share e OEE) per lo studio, rispettivamente, dell’invecchiamento e del risparmio europei ed è membro indipendente dei board di Italmobiliare e di Buzzi-Unicem.

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Il tutto nel gioco di specchi di una persona nata nel Secondo dopoguerra nella povertà della campagna del Canavese («anche se noi come famiglia non eravamo poveri, mio padre era un operaio del demanio militare nella Vauda, fra Balangero, Rocca Canavese e Volpiano, e in più avevamo un po’ di terra da coltivare»), cresciuta con l’interiorizzazione della morale calvinista piemontese del lavoro ben fatto applicata allo studio, chiamata da ministro del Lavoro del governo Monti a provare l’inosabile (rendere le pensioni sostenibili sul lungo termine, con la definitiva estensione del sistema di calcolo contributivo a tutti i lavoratori) e poi trasformata, proprio per questo, in un simbolo e in una cosa, quelli che parlano bene direbbero “reificata”: “Lafornero”, da pronunciare tutto attaccato, con veemenza strascicata o con un fischio gelido di sottofondo.

La sua casa è piena di giornali e di libri, è ordinata in maniera non ossessiva, non ha alcun lusso, è lontanissima dal gusto di alterità trattenuta ma scintillante, polverosa e culturalmente démodé che hanno le abitazioni di quel che resta dell’establishment torinese, a cui con un falso storico in tanti l’hanno apparentata per il matrimonio con Mario Deaglio, a quel tempo giovane economista di cultura inglese, poi professore, che poi è stato anche direttore del Sole 24 Ore dal 1980 al 1983 e che per qualche decennio ha divulgato con chiarezza sulla «Stampa» i meccanismi dell’economia internazionale e dei bilanci dello stato. Un falso storico che non può sfuggire a chiunque conosca Torino con il suo classismo e le sue crudeltà, le geometrie dritte da cui non si sfugge e gli angoli ciechi che disdegnano la mobilità sociale: «Quella Torino mi ha sempre soppesata», dice usando un verbo – soppesare - che potrebbe essere pronunciato da un personaggio della Donna della domenica, il romanzo di Fruttero e Lucentini in cui la città degli anni 70 è restituita per quella che era, affascinante e crudele, spietata con la dimensione sociale, in particolare verso i meridionali e i poveri, ma attenta alla cultura: «E, infatti, all’università mi sono sentita accolta e valorizzata. Per me è stato fondamentale l’insegnamento di Onorato Castellino, da cui ho assorbito il metodo del dialogo necessario fra modelli e realtà, numeri e tendenze di lungo periodo. Ed era bella l’amicizia con Sergio Ricossa, un liberista divertente e amaro, al limite dell’iconoclastia”, racconta.

Ci spostiamo nella cucina. «Se si accontenta, cucino un risotto», dice mentre inizia ad armeggiare con un pentolino per scaldare il brodo di carne. Io metto sul tavolo due bottiglie di vino rosso. Una di Barbaresco della cantina “Produttori del Barbaresco”, annata del 2012. Una di Amarone di Masi del 2015. «Se le va bene, stapperei il Barbaresco», è la sua scelta.

La crisi dell’Occidente ha provocato la deformazione della democrazia in demagogia. Nella versione italiana, la caduta del rispetto per la competenza si è fusa con la credenza, propria di una nazione di illetterati letteratissimi, che si possa vivere e governare senza l’ausilio dei numeri e della matematica. Elsa Fornero è stata vissuta, percepita e raccontata a lungo come la sintesi di una stagione di professori elitari e nati nella bambagia, crudelmente distanti da un popolo che si presume pio e innocente. Soltanto che – al di là di ogni finzione autorappresentativa sulla natura del popolo italiano – se c’è una persona che proviene da questo fantomatico popolo, questa è lei. «A San Carlo Canavese, la mia famiglia aveva origini contadine. Era il 1916. Era ottobre. Mio padre Donato era nato da poco. Sua madre Margherita era tornata a lavorare nei campi, a pochi giorni dal parto. Dopo la raccolta delle pannocchie, bisognava estirpare le radici rimaste conficcate nel terreno. Un lavoro molto faticoso. Mia nonna, per raggiungere più in fretta la cascina, anziché fare la strada più lunga che portava a un ponte, si tirò su la gonna e attraversò il Fisca, un torrente che sfocia nel fiume Malone. Si ammalò di polmonite e morì. E mio padre fu dato a balia e poi allevato dalla sorella maggiore».

Il risotto è buono: saporito il giusto. Il Barbaresco invecchiato nove anni scioglie la conversazione. «A San Carlo Canavese noi non eravamo poveri – dice quasi per scusarsi – di certo, però, in casa avevamo un timor sacro dei debiti. Mio padre è stato uno dei primi a comprare un piccolo trattore. Il piano verde del terzo governo Fanfani, nel 1961, assegnava agli agricoltori prestiti a tassi molto bassi. Ricordo la preoccupazione di mio padre e di mia madre Emma di ripagare quanto prima quel debito».

San Carlo Canavese. Gli studi in ragioneria e non, come per le famiglie agiate, il liceo classico. Il papà che porta in Vespa Elsa il primo giorno di scuola a Torino. Il pullman degli operai delle 6,10 per raggiungere ogni mattina l’Istituto Einaudi in città. Poi, lo studio intenso e rigoroso all’università di Torino e la vocazione dell’insegnamento e della ricerca. I debiti. Di allora e di oggi. Delle famiglie italiane e dello Stato italiano. I genitori e le sue sorelle. Il governo Monti. Che è durato dal novembre 2011 al maggio 2013. E si è insediato quando il differenziale fra Titoli di Stato italiani e tedeschi a 10 anni era salito a 575 punti e le casse pubbliche erano vuote: una situazione diversa dallo spread a meno di 100 punti e dai 209 miliardi di euro comunitari da investire con cui si misurerà l’esecutivo Draghi. La dimensione privata e la dimensione pubblica. Le esigenze della società italiana nel suo insieme e i destini dei singoli. «Quando ho presentato in pubblico la riforma delle pensioni – dice – mi sono venute le lacrime perché, nella mia testa e con la mia emozione, sapevo che, rimodulando un sistema che non era più sostenibile, avrei influito sulla vita delle persone comuni. In quel momento, mi sono passati davanti i volti dei miei genitori. Mio padre con la pensione da ex guardiano del poligono della Vauda. E mia madre, casalinga, poi con la pensione di reversibilità».

Elsa Fornero, che è andata in pensione da professoressa nel 2018 e non come invece era possibile nel 2013 con il ben più munifico trattamento che spettava a un ministro uscente, cucina un uovo e lo aggiunge all’insalata che, entrambi, mangiamo insieme a fette di bresaola di black angus. La cucina è piena di fotografie dei nipoti Giacomo, Enrico, Diego, Viola e Pietro. «Uno dei più grandi dolori di questi anni – racconta – è stato quando, andando a San Carlo per il finesettimana, loro in macchina hanno visto la scritta sopra un ponte “Fornero vergognati” e mi hanno chiesto “nonna, ma di che cosa ti devi vergognare?”. È stato difficile spiegare loro…».

A San Carlo Canavese il leader della Lega Matteo Salvini ha condotto una protesta pubblica personale contro la Fornero. La quale, oggi, misura le parole e prova a osservare con distacco l’adesione di Salvini al progetto del governo Draghi, ultima tappa di una evoluzione che dal secessionismo è passata al federalismo, dal federalismo al sovranismo, dal sovranismo ora all’europeismo: «L’importante è che l’Italia abbia un governo all’altezza delle prove da affrontare. In questi anni, per me è stato molto utile e riconciliante andare a parlare nelle associazioni e nei circoli culturali, nelle parrocchie e nei municipi. Sono stata molte volte nel Nord-Est, dove ho trovato un autonomismo non nazionalista che è l’altro cuore della Lega, il cui popolo ha bisogno dell’Europa per ragioni sia economiche sia culturali». Si inserisce nel discorso, con toni rasserenanti, il marito Mario: «Quando Elsa vedeva un banchetto con scritte contro di lei, partiva come un razzo per andare a parlare con loro. Gettava nello scompiglio le forze dell’ordine. Ma alla fine, discutendo, veniva fuori che costoro davvero avevano più animosità che argomenti. E, passata l’animosità, tutto rapidamente rientrava».

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