analisipolitica e programmi

La priorità alla crescita del lavoro

di Giorgio Santilli

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(Mirco Toniolo/Errebi / AGF)

3' di lettura

La fotografia di 10 anni di redditi - e in particolare il rapporto fra redditi di pensione e redditi di lavoro che sale di quasi cinque punti, dal 52,5% al 57,3% - ci rimanda l'immagine di un Paese che rischia di sclerotizzarsi progressivamente. C'è un problema, di aumento della spesa previdenziale che pesa come un macigno sul debito pubblico e sottrae ancora risorse alle generazioni future. Ma c'è un altro problema, forse ancora più grave, che il confronto post-elettorale fra i partiti candidati a governare sembra ignorare: il Paese ha bisogno di rilanciare il lavoro, i salari, la produttività. Da qui dovrebbe partire qualunque tavolo tra le forze politiche per la formazione del governo.

Occorre invertire la china che i numeri disegnano, superando inerzie, rassegnazione, calcoli politici di parte. E bisogna avere la consapevolezza che questo è l'obiettivo prioritario che la politica economica deve prefiggersi se vuole rilanciare i tassi di crescitae il futuro del Paese. Se vuole evitare marginalizzazione e declino.

Per uscire dall'imbuto servono misure che sappiano andare nella giusta direzione. In particolare, rilanciare le politiche, avviate ma ancora insufficienti, che favoriscono l'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, la diffusione dell'innovazione tecnologica nel sistema economico (e nella Pa), lo scambio fra salari più alti e crescita di produttività in azienda.

S u questi fronti si sono fatti passi importanti. Il primo taglio del cuneo contributivo, per esempio. Se si eviterà di smontare quanto fatto e anzi si rafforzerà dentro un disegno più coraggioso, più organico. più strutturale, il dividendo politico del lavoro creato andrà a vantaggio di chi oggi prende in mano le redini del Paese. Smontare le riforme, viceversa, produrrebbe soltanto uno stallo che non avvantaggerebbe nessuno e sarebbe destinato a durare a lungo. Stesso discorso vale per Industria 4.0 che va rafforzato, esteso alle Pmi e alla formazione professionale. Nascoste nei programmi elettorali, tutte le forze politiche proponevano misure per andare in questa direzione che - giova ricordarlo - sta facendo liveitare gli investimenti privati e il Pil. È il momento di ritirarle fuori.

Anche sul fronte della produttività non si parte da zero. L’accordo sul patto per la fabbrica raggiunto da Confindustria e sindacati rimette la manifattura e lo sviluppo al centro. Lo spostamento progressivo verso i contratti aziendali consente un recupero di produttività e apre lo spazio per una crescita dei salari senza danneggiare la competitività delle nostre imprese. Anche qui bisogna assecondare le tendenze buone, sostenerle con politiche che rafforzino gli incentivi fiscali esistenti per i premi di produttività.

Ci sono, nel mazzo delle proposte di cui si è discusso confusamente in campagna elettorale e subito dopo il voto, misure che vanno nella direzione giusta. Il rilancio degli investimenti pubblici più innovativi proposto dai Cinque stelle e la decontribuzione totale delle assunzioni proposte dal Centrodestra sono tra queste. Quello che manca nel dibattito politico è il riconoscimento della giusta priorità, individuando problemi e soluzioni reali oltre l’occhio del consenso.

Alle bandiere della campagna elettorale che aumentano la spesa pubblica senza dare alcuna spinta all’economia reale vanno preferite le misure per favorire la priorità lavoro. Gli italiani capirebbero questo esercizio di realismo, se porterà risultati concreti. È la sfida politica coraggiosa da vincere ora. Agli uomini politici che rilanciano la pensione di garanzia per i giovani, consigliamo di leggere con attenzione i dati di un Paese che dovrebbe piuttosto creare lavoro per i giovani e condizioni per premiare anche salari e stipendi. Siamo in un momento decisivo per il Paese e per la sua economia: sbagliare ora la direzione di marcia potrebbe comportare effetti gravi. Occorre invece riconoscere le vere esigenze dell’economia reale, nella consapevolezza che il nuovo lavoro potrebbe arrivare solo da lì.

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