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La produttività ferma è la causa della crisi economica e politica

di Andrea Capussela


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3' di lettura

C’è la crisi di governo. L’incertezza inquieta i mercati. È verosimile che scelte che la tensione della finanza pubblica impone saranno nuovamente eluse. La crescita, già debole, ne risentirà. E se le Camere saranno sciolte, una destra radicale e demagogica potrebbe guadagnarsi i voti per governare da sola.

È un momento pericoloso. È dunque un buon momento per fare un passo indietro e chiedersi perché l’Italia sia giunta a questo punto.

Questa domanda è pressoché assente dal dibattito pubblico. La forte scossa segnata dal voto del 4 marzo 2018, dopo il “terremoto” del 2013 e le speranze del 2014-2015, e la stessa vampata dei consensi per la Lega suggeriscono che il malessere della società italiana sia grave e resti acuto. Eppure in questi anni il Paese non ha puntato lo sguardo sui sommovimenti che l’attraversano, forse soggiogato dalle sue inquietudini, ed è parso ipnotizzato dalle increspature che appaiono alla superficie. Nelle settimane precedenti la crisi, per esempio, le prime pagine dei giornali erano piene di immigrazione, sicurezza, Tav, tattica politica, cronaca nera.

Riflettere sulle cause di quel malessere è invece urgente, per evitare i pericoli maggiori. Manca un’analisi scientifica approfondita e largamente condivisa: ma già un’ipotesi plausibile potrebbe essere utile alla discussione pubblica. Ne avanzo una, sulla base di un libro che ho pubblicato di recente, e parto dal sintomo più visibile, lo scontento politico.

Le cause non sono solo interne, naturalmente. Le elezioni del 2013 e del 2018 registrarono una ribellione dei ceti vulnerabili e dei “luoghi abbandonati” simile a quelle che decisero la Brexit, per esempio, o l’elezione di Trump. Il fenomeno è comune a pressoché tutte le democrazie occidentali, e comuni paiono essere le cause prossime: la globalizzazione, il cambiamento tecnologico, l’aumento della diseguaglianza economica, l’assottigliarsi delle classi medie, la Grande recessione. I ceti e i territori più colpiti si sono rivoltati contro le élite politiche che avevano governato nei decenni precedenti, per premiare forze, spesso demagogiche, che offrivano loro protezione economica o culturale.

Queste spiegazioni però non bastano, perché nell’Europa occidentale è solo in Italia che partiti nazionalisti o populisti hanno conquistato la maggioranza dei voti e il governo.

Una ragione può essere la particolare debolezza delle élite politiche italiane, di centro-destra e di centro-sinistra. Una ragione più profonda è verosimilmente economica. Perché se è vero che nessuna grande economia europea ha brillato negli ultimi decenni, con la parziale eccezione della Germania, solo l’Italia ha sostanzialmente perduto un quarto di secolo: in termini reali, il reddito medio degli italiani è pressoché fermo al livello del 1995, mentre in Francia, Germania e Spagna è cresciuto di circa un quarto.

La mia ipotesi è che i mali politici ed economici dell’Italia abbiano radici largamente comuni. Perché mi pare indubbio che la principale causa prossima dei nostri problemi economici sia il ristagno della produttività, e soprattutto della sua componente che riflette l’innovazione tecnologica e organizzativa, ed è molto verosimile che ciò dipenda principalmente dalla debole intensità della concorrenza e dal fatto che le leggi sono troppo spesso violate.

La ragione è intuitiva. La crescita fondata sull’innovazione, la sola veramente sostenibile nel lungo periodo, è un processo conflittuale, nel quale nuove innovazioni scalzano le precedenti: il treno elettrico rimpiazza il treno a vapore. Ma se i mercati non sono aperti alla concorrenza e le regole non sono eguali per tutti, gli innovatori avranno poco spazio e il ciclo delle innovazioni rallenterà.

Siccome concorrenza e rispetto delle regole corrispondono all’interesse generale, tuttavia, affinché entrambi siano deboli occorre che le élite politiche siano sufficientemente protette dalla pressione dell’elettorato da poter favorire gli interessi di chi teme le future innovazioni (perché riscuote le rendite di passate innovazioni).

Occorre, in altre parole, che sia debole anche la responsabilità politica delle autorità pubbliche (ossia il complesso di regole formali e informali che le costringono a tener conto degli interessi e delle aspirazioni dei cittadini comuni). Ma dove la responsabilità politica è debole la qualità degli eletti e delle politiche pubbliche tipicamente degenera, i cittadini si sentono male rappresentati e governati, e sfiducia e scontento si diffondono.

Sicché un plausibile punto di partenza per la discussione pubblica è l’intreccio tra debole concorrenza, scarso rispetto delle regole, e debole responsabilità politica. Non è molto, ma permette una prima, provvisoria conclusione, che può essere utile per le decisioni dei prossimi giorni: partiti avversi all’etica delle regole, desiderosi di investiture plebiscitarie, o insofferenti alla dialettica pubblica aperta e ragionata sono inadatti a risolvere i principali problemi politici ed economici dell’Italia.
@AndreaCapussela

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