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La produzione di riso crolla di oltre il 30% e ora è allarme scorte

Raccolto scarso a causa della siccità: l’industria denuncia la progressiva mancanza di varietà da risotto, coltivate solo in Italia e sempre più richieste dal mercato

di Alessio Romeo

 Sulla prossima campagna 2022-23 l’Airi stima un taglio di oltre 35mila ettari della superficie coltivata a riso.

3' di lettura

Con il crollo atteso della produzione nazionale di riso l’Italia rischia di giocarsi una storica leadership produttiva nel settore anche per il futuro. Non è solo la congiuntura di quest’anno segnato dalla drammatica siccità: da tempo l’industria risiera ha lanciato l’allarme scorte per una produzione, quella delle varietà nazionali da risotto, unica al mondo.

Se il riso è infatti il cereale più coltivato in assoluto, le varietà italiane rappresentano una nicchia a parte, infungibile e sempre più richiesta. Non c’entra nemmeno l’allarme dazi per l’import a basso costo dai Paesi meno avanzati. La preoccupazione riguarda invece il possibile ridimensionamento strutturale di una coltivazione storica che più di altre ha sofferto la mancanza d’acqua, proprio quando i consumi sono in aumento e si stanno aprendo nuovi spazi di mercato.

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Il calo produttivo di quest’anno (nel tracollo generale di diverse produzione cerealicole a partire dal mais) è un fenomeno europeo. O meglio italiano e spagnolo che sono i due principali produttori (con l’Italia in testa). Ma mentre la Spagna ha ridotto subito le superfici in previsione della mancanza di acqua, in Italia le cose sono andate diversamente e ora, in attesa di dati definitivi, ci si aspetta un crollo del 30% della produzione a fronte di investimenti di poco inferiori allo scorso anno a quota 227mila ettari, ma con almeno 27mila ettari bruciati poi dalla siccità, che ha colpito soprattutto le varietà da risotto, azzerando la produzione in alcune aree ad alta vocazione come il Pavese e la Lomellina.

L’allarme dell’industria sui futuri approvvigionamenti nasce anche dalle previsioni sulla prossima campagna 2022-23: l’Airi, l’associazione nazionale delle industrie risiere, stima in un documento un taglio di oltre 35mila ettari che porterebbe il totale seminato in Italia a 192mila ettari. Ai 23mila ettari di risaia persi in Lombardia già denunciati dall’Ente risi, se ne sono aggiunti 3mila in Piemonte, tutti concentrati nella provincia di Novara.

La risicoltura italiana, prima in Europa e la più ricca per varietà, ha così pagato il conto più alto della siccità azzerando la produzione in queste aree. Complessivamente, considerando oltre al taglio delle superfici anche le rese e i danni alle coltivazioni (che comunque verranno trebbiate) la campagna 2022 si chiuderà con una perdita molto pesante, forse oltre il 30% ipotizzato. Le varietà più colpite saranno come detto quelle da interno in un mercato che oltre alla carenza di scorte sconta anche prezzi di partenza già molto elevati. Per i “Tondi” le maggiori disponibilità di quest’anno dovrebbero invece scongiurate situazioni di carenza. A fine settembre i trasferimenti di risone risultavano comunque inferiori del 7% (a circa 83mila tonnellate) rispetto a un anno fa.

L’Ente ha scritto nei giorni scorsi al ministero delle Politiche agricole per ribadire la necessità di mantenere gli aiuti accoppiati della Pac al settore (che negli anni ha già pagato il progressivo smantellamento del sostegno specifico previsto dalla Politica agricola comune) a garanzia della competitività e sostenibilità della coltura.

In questo scenario spiccano alcuni casi virtuosi come il recupero della storica risaia di Salerno a opera della Ellebi in collaborazione con L’Università Federico II di Napoli, con la coltivazione di quattro delle principali di riso italiano: Arborio, Carnaroli, Nero e Originario, che hanno registrato rese eccellenti; la prossima settimana ci sarà il taglio delle prime piantine, sperando sia di buon auspicio per la tenuta di uno dei gioielli del made in Italy.

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