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La progressività non passa solo dal numero di aliquote

Nella flat tax del Ddl Siri le deduzioni sono legate soprattutto alla composizione della famiglia

di Marco Miccinesi

(Adobe Stock)

4' di lettura

La flat tax per la famiglia, proposta dal Ddl Siri e che l’esito delle urne potrebbe rendere di concreta e immediata attuazione, merita di essere esaminata con attenzione e senza pregiudizi. Partiamo da una constatazione: può dirsi ormai superata ogni remora sulla sua conformità alla Costituzione, e in particolare è unanimemente riconosciuto, almeno dagli addetti ai lavori, che questa forma di tassazione non elimina affatto la progressività sui redditi interessati, piuttosto la attua con il sistema delle deduzioni, anziché con le aliquote.

A parità di ammontare di reddito, pur essendo uguale l’aliquota, l’imposta realmente dovuta varia in ragione delle deduzioni spettanti: se due contribuenti producono un reddito identico, ma solo uno gode di una determinata deduzione, l’altro paga una imposta maggiore.

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Proprio da qui occorre muovere per approfondire la riflessione.

Nella flat tax, infatti, le deduzioni sono essenzialmente legate alle condizioni personali del contribuente, e in specie alla presenza e alla composizione della famiglia. In questo modo la progressività si attua in funzione della valutazione di una diversa attitudine contributiva di soggetti, pur titolari di redditi di eguale ammontare, giustificata principalmente dalla rilevanza dei bisogni e degli interessi soddisfatti dal nucleo familiare.

La famiglia tende a collocarsi al centro della tassazione, in chiave di attuazione del principio costituzionale che ne riconosce l’insopprimibile ruolo sociale.

Per capire come in questa proposta l’apprezzamento della forza economica da sottoporre al prelievo faccia realmente perno sul nucleo familiare basta un esempio: una famiglia monoreddito e con un figlio, con reddito di 50mila euro, andrebbe a pagare un’imposta di 7.500 euro contro gli attuali 14.171 euro; se bireddito, sempre con un figlio e con un reddito globale di euro 50mila, pagherebbe 6.097, contro gli attuali 6.973 (ipotizzando due redditi da 25mila euro). Come si vede, la tassazione della famiglia monoreddito si avvicinerebbe moltissimo a quella della famiglia bireddito, facendo finalmente venire meno l’attuale discriminazione fra le famiglie monoreddito e quelle bireddito; discriminazione che appare del tutto ingiustificata alla luce della unitarietà del nucleo familiare, i cui redditi sono impiegati in base alle scelte effettuate insieme dai coniugi, e per il soddisfacimento degli stessi identici bisogni, sia nelle famiglie monoreddito che in quelle bireddito.

Il risparmio fiscale generato dalla flat tax sprigiona risorse destinabili proprio ai bisogni della famiglia, e nel contempo, considerati i limiti di reddito entro cui si applica, allenta la pressione sugli imponibili medio bassi che provengono prevalentemente dal lavoro. Del resto, è sempre la presenza della famiglia che determina nella proposta in esame i limiti di applicabilità della aliquota del 15%: single con un reddito fino a 30mila euro, famiglie monoreddito con un reddito fino a 55mila euro e famiglie bireddito con un reddito fino a 70mila euro.

Non dimentichiamo, a questo proposito, che la capacità contributiva, fondamento e limite della imposizione fiscale, è sintesi di valori costituzionali. E cioè: dovere di solidarietà, ma anche tutela dei bisogni della persona come espansione e realizzazione delle sue attitudini, e quindi anzitutto tutela del lavoro e della famiglia. Il valore sociale del lavoro e della famiglia, e le sottese esigenze economiche, incidono dunque direttamente sulla valutazione della capacità della persona di concorrere alle spese della collettività.

Si pensi alla famiglia come contesto di accoglienza e sostegno dei più deboli, in grado di alleggerire enormemente le funzioni pubbliche di welfare, con risparmio di spesa pubblica.

La direzione in cui si muove la flat tax è pertanto quella di una riduzione della pressione fiscale, da ogni parte auspicata, ma qui decisamente orientata verso l’attuazione dei più alti valori costituzionali.

D’altro canto, siamo in un ordinamento tributario in cui la progressività è rimasta solo sui redditi di lavoro, e nel quale non fa scalpore la contenuta tassazione proporzionale sui redditi di capitale, sui dividendi societari e sui redditi delle locazioni urbane, tutte ipotesi sorrette da giustificazioni di indole puramente economica.

Non dovrebbe dunque scandalizzare ridurre ora il prelievo anche per la famiglia. E lo stesso dicasi per la riduzione prevista per i redditi di lavoro autonomo, legata a un limite, 100mila euro, che appare coerente con la finalità di assicurare sostegno per la ripresa e lo sviluppo a un vasto tessuto produttivo composto di artigiani, piccoli imprenditori e professionisti.

Quanto alla copertura finanziaria di questi interventi, quelli della fase che dovrebbe attuarsi subito, ricordato che valutazioni attendibili ne stimano il costo in 13 miliardi annui, è lecito semplicemente domandarsi se non basti una efficiente gestione delle tax expenditure, oggi nel loro complesso ammontanti a circa 68 miliardi di euro sulla base dei dati del 2021, per reperire le fonti occorrenti.

L’efficienza, in questo settore, sta anzitutto nel verificare la coerenza della selva di agevolazioni previste con i rispettivi obiettivi, per poi intervenire eliminando abusi e palesi sproporzioni fra i benefici fiscali concessi ed i concreti risultati raggiunti.

Inutile dilungarsi sugli esempi, che sono sotto gli occhi di tutti.

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