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La proposta di riforma del Patto di stabilità conviene soprattutto all’Italia

La proposta della Commissione europea di riforma del Patto di stabilità e crescita sta suscitando un dibattito acceso, tra apprezzamenti e critiche

di Franco Bassanini e Claudio De Vincenti

(AFP)

4' di lettura

La proposta della Commissione europea di riforma del Patto di stabilità e crescita sta suscitando un dibattito acceso, tra apprezzamenti e critiche. Sorprende che queste ultime siano più frequenti in Italia, che da questa riforma potrebbe trarre diversi vantaggi, e che trovi accoglienza più favorevole in altri Paesi europei, come emerge dal comunicato congiunto Le Maire-Lindner di qualche giorno fa.

Non vogliamo discutere qui le diverse obiezioni che sono state mosse alla proposta di riforma: lo ha fatto su queste colonne Marco Buti, con risposte che ci sembrano largamente condivisibili. Vogliamo piuttosto ragionare sul significato complessivo della proposta.

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Innanzitutto: superando il vecchio quadro di regole rigide, essa viene incontro alle esigenze di un Paese come il nostro, che è gravato da un elevato debito pubblico, e deve ridurlo, ma che al tempo stesso ha bisogno di sostenere crescita, occupazione e investimenti, senza i quali non si otterrebbe la riduzione del debito.

Non sarebbe certo favorevole all’Italia il ritorno alle vecchie regole che, sospese fino a fine 2023, in assenza di una riforma tornerebbero in vigore nel 2024. Ricordiamo che queste impongono il rientro al 60% del rapporto debito/Pil in vent’anni, un ventesimo ogni anno. Per un Paese che ha un debito intorno al 150% del Pil, ciò imporrebbe una riduzione di 4,5 punti ogni anno, dunque manovre di finanza pubblica fortemente restrittive: ne deriverebbe una pesante e prolungata recessione, con effetti perversi non solo sull’economia reale, ma sulla stessa sostenibilità del debito (non più sostenuta dalla crescita, dal lato del denominatore del rapporto debito/Pil). Se poi anche si riuscisse a derogare a questo vincolo, come si è talora fatto in passato (ma non senza tensioni), i mercati difficilmente lo perdonerebbero: il livello raggiunto dal nostro debito, in un quadro di governance europea sfilacciata da deroghe non concordate, esporrebbe il nostro Paese ai venti dell’instabilità finanziaria e all’impennata dei tassi di interesse. È lo stigma, di cui spesso si discute.

Per l’Italia è dunque importante una nuova governance europea che superi regole vecchie e malate di:

1 «stupidità» (copyright: Romano Prodi), perché sono pro-cicliche, imponendo manovre restrittive nei periodi di recessione e consentendo politiche espansive nei periodi di crescita;

2 poca trasparenza, si pensi al ruolo di una grandezza non osservabile come l’output gap;

3 short-termism, perché restringono l’orizzonte a target annuali e trascurano il respiro di medio periodo di una finanza pubblica a sostegno degli investimenti.

La proposta della Commissione disegna un quadro di coordinamento attivo tra Bruxelles e Stati nazionali, in una logica di sentieri di aggiustamento di medio e lungo termine coerenti con princìpi e obiettivi comuni di stabilità finanziaria, ma tarati sui singoli Paesi. Si concilia così un credibile percorso di rientro del debito di ogni Paese con le sue necessità di investimento, anche pubblico, e di crescita. Si introduce una regola semplice e verificabile basata sulla spesa primaria al netto degli interessi, dei sussidi di disoccupazione e delle variazioni discrezionali delle imposte. Si prevedono piani di riduzione di deficit e debito di durata pluriennale (4 o 7 anni), comprensivi di impegni su riforme e investimenti di medio e lungo termine: i piani verranno proposti dai singoli Stati, quindi negoziati con la Commissione, e infine approvati dal Consiglio.

In questo modo si aumenta la cosiddetta ownership nazionale, cioè il potere dei singoli Paesi di definire e negoziare il proprio percorso di consolidamento fiscale (di riduzione del debito, ma anche di sostegno alla crescita e all’occupazione) sulla base delle proprie esigenze. Corrispettivamente si aumentano i poteri discrezionali della Commissione, nella definizione del quadro macroeconomico di riferimento, nel negoziato con i singoli governi, nel monitoraggio ed enforcement degli impegni presi da ogni Paese. La maggiore flessibilità dei percorsi di rientro dal debito, costruiti e proposti dai singoli Stati in relazione alle proprie esigenze, ha come contropartita un coordinamento vero, ma dinamico, delle politiche di bilancio, basato sull’interazione attiva tra Commissione e governi nazionali e sull’approvazione finale del Consiglio. È lo stesso modello che ha, nel complesso, ben funzionato per Next generation Eu e i Pnrr nazionali.

Non tutto è convincente, beninteso, nella proposta della Commissione. Diversi miglioramenti possono e dovrebbero, a nostro avviso, essere apportati nel corso dell’iter della sua approvazione; a cominciare dalla correzione della regola della spesa attraverso l’introduzione di una forma di golden rule sugli investimenti, in modo da rafforzare il sostegno che le politiche di bilancio debbono dare alla crescita e alla doppia transizione verde e digitale.

Sarebbe anche utile fare maggiori passi avanti verso la costruzione di una capacità fiscale centrale della Ue, che le consenta di svolgere meglio i compiti che sono propri e indefettibili dell’Unione. Una Unione che – come ha detto la presidente del Consiglio Meloni nel discorso programmatico alle Camere – si occupi meno di politiche gestibili a livello nazionale, ma persegua con più forza gli obiettivi che i singoli Stati non possono raggiungere da soli. Cioè quelli che chiamiamo i beni pubblici europei: sicurezza e difesa, autonomia strategica dell’Europa, transizione ecologica e digitale, mercato unico, gestione dei migranti e dei rimpatri e, domani, la ricostruzione dell’Ucraina.

In ogni caso, la proposta di nuova governance economica avanzata dalla Commissione costituisce un buon primo passo in questa direzione: della categoria dei beni pubblici europei fa parte anche il coordinamento delle politiche di bilancio al fine di garantire stabilità finanziaria, ma anche crescita e occupazione. Tre obiettivi tra loro non scindibili.

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