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La punizione antisociale. Perché a volte si penalizzano i migliori e si tollerano i peggiori?

Per centinaia di migliaia di anni la stabilità della vita in comune, la coesione dei gruppi umani, il rispetto delle norme sociali e delle regole comuni sono state garantite da forme di reciprocità positiva e negativa

di Vittorio Pelligra

(Cagkan - stock.adobe.com)

5' di lettura

Per centinaia di migliaia di anni la stabilità della vita in comune, la coesione dei gruppi umani, il rispetto delle norme sociali e delle regole comuni sono state garantite da forme di reciprocità positiva e negativa. La possibilità di ricompensare i soggetti tendenzialmente cooperativi e di punire gli opportunisti, i cosiddetti free riders. Solo molto recentemente, nella nostra storia evolutiva, le istituzioni centralizzate di controllo e garanzia – il Leviatano hobbesiano – sono apparse a sostituire quasi completamente i meccanismi sanzionatori decentralizzati.

Cosa ha prodotto questo passaggio dai meccanismi decentralizzati, più snelli ed efficienti, a quelli centralizzati che si rivelano spesso costosi e inefficienti? Le ragioni sono varie e complesse, ma tra queste vi è certamente la potenziale instabilità sociale che la community governance, basata sul controllo e la punizione tra pari, porta con sé. Gli esperimenti economici, soprattutto quelli basati sul public good game, si sono rivelati particolarmente utili nello studio di queste dinamiche.

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Come abbiamo visto nel Mind the Economy di due settimane fa la punizione tra pari è legata al rischio di una contro-punizione. Quando i membri di un gruppo devono decidere quanto investire nella produzione di un bene pubblico – una misura della disponibilità individuale a cooperare – sapendo che il beneficio derivante delle loro azioni verrà diviso equamente tra chi ha cooperato ma anche tra chi ha fatto l'opportunista, con il passare del tempo la tendenza alla cooperazione si ridurrà fino a sparire del tutto.

Il rischio boomerang delle punizioni

Se però esiste un meccanismo grazie al quale i membri del gruppo possono osservare le azioni gli uni degli altri e possono punire, anche in maniera costosa, coloro che non cooperano, allora si osserva che i livelli di cooperazione crescono fino a raggiungere livelli ottimali. Per evitare il rischio della punizione anche i free rider decidono di fare la loro parte nell'azione collettiva. Se però, così come generalmente avviene nella vita reale, a questa possibilità della punizione può seguire una contro-punizione, il free rider sanzionato decide di vendicarsi, allora si possono innescare cicli di punizione e contro-punizione che presto possono trasformarsi in vere e proprie faide che minano la coesione del gruppo e distruggono risorse.

«Occhio per occhio finisce per rendere il mondo cieco», secondo la massima di Gandhi. Ma il rischio della contro-punizione e delle faide è solo uno degli effetti collaterali della cosiddetta “reciprocità forte”, il secondo riguarda il fatto che in molti casi non vengono puniti solamente gli opportunisti che non cooperano, ma anche gli zelanti che cooperano più della media. Chiaramente correre il rischio di essere sanzionati, per di più perché si è fatto appieno la propria parte per l'interesse del gruppo,s non è affatto piacevole. E infatti in tutti quei casi dove questo rischio è concreto il livello di cooperazione si abbassa considerevolmente.

Il paradosso dei lavoratori virtuosi

Questo genere di comportamento è noto da tempo. In una fase dei cosiddetti Hawthorne Experiments gli studiosi osservarono il comportamento di un gruppo di lavoratori sottoposti ad uno schema di incentivi in virtù del quale un'elevata performance individuale poteva portare dei benefici a tutti gli altri membri sotto forma di un bonus di gruppo. Questo schema avrebbe dovuto, secondo le intenzioni dei manager, far aumentare la produttività. Ma questo non avvenne. Una delle ragioni è che le performance individuali elevate finivano per essere stigmatizzate dai colleghi che avevano ottenuto risultati inferiori. I lavoratori più produttivi venivano costantemente bullizzati, nonostante il loro lavoro producesse un beneficio anche per tutti gli altri. Naturalmente questa ostilità scoraggiava l'impegno e questo fatto teneva basso il livello medio di produttività nonostante gli incentivi favorevoli. Molti altri esempi dello stesso genere potrebbero essere analizzati, ma vorrei concentrarmi su i risultati ottenuti qualche anno fa da un team di economisti composto da Benedikt Herrmann, Christian Thöni e Simon Gächter.

Da molti anni ormai sappiamo che la matrice culturale determina variazioni nel comportamento di scelta soprattutto quando abbiamo a che fare con relazioni sociali e scelte interdipendenti. Molti studi condotti dagli antropologi con membri di tribù primitive isolate culturalmente lo hanno evidenziato in maniera chiara. Herrmann, Thöni e Gächter erano però interessati a osservare l'effetto delle principali matrici culturali mondiali: quella anglosassone, dell'Europa protestante, quella ortodossa dei paesi ex-comunisti, dell'Europa meridionale, confuciana e quella dei paesi arabi. I tre economisti hanno ripetuto lo stesso esperimento facendo giocare un public good game in sedici diverse città da Boston a Melbourne, da Zurigo ad Atene, da Seoul a Istanbul, Samara e Riad.

I risultati mostrano sorprendenti similarità, ma anche significative differenze. Innanzitutto, il livello medio di cooperazione varia significativamente ed è più basso ad Atene, Riad e Istanbul mentre è decisamente più elevato a Boston, Copenhagen e Zurigo. La cosa interessante, però, è che tutti puniscono allo stesso modo, con lo stesso livello di severità, gli opportunisti. In più, però, in alcune culture venivano puniti molto severamente anche coloro che contribuivano più della media. I soggetti di tutte le matrici culturali si sono rivelati simili nelle loro reazioni negative al comportamento egoistico, ma hanno mostrato sostanziali differenze nelle loro reazioni al comportamento altruistico. L'Oman e la Grecia spiccano per la severità nella punizione antisociale, mentre gli Stati Uniti e i paesi nordeuropei sono quelli che hanno mostrato livelli più bassi di punizione antisociale. Naturalmente la punizione antisociale funge da deterrente alla cooperazione e la sua diffusione e severità influenza i livelli medi di cooperazione che quindi variano da cultura a cultura.

Il confine fra comportamenti accettabili e quelli da punire

Cosa spiega queste grandi differenze culturali nella punizione antisociale e quindi nei livelli di cooperazione? Un effetto determinante sembra essere giocato dalle norme sociali che rappresentano dei criteri ampiamente condivisi su quelli che sono i comportamenti accettabili e quelli che invece devono essere sanzionati. Herrmann, Thöni e Gächter hanno misurato il livello di adesione a norme sociali di cooperazione civica nelle diverse nazioni sulla base dell'atteggiamento della popolazione nei confronti dell'evasione fiscale, dello stato sociale o dell'elusione delle tariffe sui trasporti pubblici, per fare qualche esempio.

Hanno in questo modo creato un indice di civismo che hanno messo a confronto con il livello medio di cooperazione scoprendo una correlazione significativamente positiva: mggiore l'adesione a norme sociali cooperative, maggiore il livello di contribuzione al bene pubblico. Un'altra variabile presa in considerazione riguarda la qualità delle istituzioni formali. L'idea è che una punizione antisociale è tollerata solo dove le istituzioni di controllo e garanzia sono deboli. Anche in questo caso emerge una relazione negativa tra livello di investimento nel bene pubblico e un indice della qualità dello stato di diritto basato su elementi come la fiducia nelle istituzioni, il rispetto dei contratti, la fiducia nella polizia e nei tribunali, nonché la probabilità di reati e violenze. Se lo stato di diritto è forte, le persone si fidano delle istituzioni di contrasto e la vendetta privata perde di attrattiva. Se lo stato di diritto è debole, invece, è vero il contrario.

In altre parole, la punizione antisociale è più dura in quelle comunità caratterizzate da livelli più bassi di cooperazione civica e da uno stato di diritto inaffidabile. La qualità delle istituzioni di contrasto formali e delle sanzioni informali risultano quindi essere complementari. Le sanzioni informali potrebbero essere più efficaci nel sostenere la cooperazione volontaria quando le istituzioni formali operano in modo più efficiente perché la punizione antisociale è meno diffusa. Questi comportamenti diffusi, inoltre, creano norme descrittive, cioè regolarità empiriche osservate che inducono aspettative rispetto al comportamento appropriato. Se in una grande organizzazione, vige il lassismo e la bassa produttività viene ampiamente tollerata, dal nuovo assunto ci si aspetterà esattamente lo stesso comportamento. Ecco perché l'eccessivo zelo potrebbe facilmente essere punito. La frequenza di un comportamento influisce sul valore che le persone gli attribuiscono: più il comportamento è frequente, più viene visto positivamente. Sarà per questo che non ci scandalizziamo neanche più di certe promesse elettorali?

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