Persone

«La qualità? Sui diritti del calcio è una legge ferrea per i servizi al consumatore»

di Andrea Biondi

7' di lettura

Parlando di Serie A Matteo Mammì non ha dubbi: le dimissioni del presidente della Lega, Paolo Dal Pino, sono il portato di un quadro in evoluzione. E di un problema. Perché il rischio è di andare a sbattere, se non interviene la consapevolezza «che l’equazione della monetizzazione che ha funzionato per 20 anni ora non regge più. I broadcaster che immettono nel sistema tutti i soldi di cui quel sistema ha bisogno ormai sono un’illusione». La ciambella di salvataggio può essere «un progetto canale Tv della Lega, da portare avanti con un partner finanziario forte che assicuri i flussi di cassa per la fase iniziale». Questo voleva Dal Pino: l’entrata di fondi di investimento. «Troppo estraneo al sistema. Ho imparato che il “sistema calcio” ha bisogno di persone che non siano outsider, ma che conoscano bene il sistema da dentro. Tanto meglio poi se queste persone sono un po’ illuminate».

Matteo Mammì conosce entrambi quei mondi, sia quello dei capricciosi presidenti dei club di Serie A, sia quello dei diritti sportivi. Oggi è ceo per l’Emea (Europa, Medio Oriente e Africa) di Helbiz, la piattaforma di micromobilità (monopattini, biciclette e motorini elettrici) quotata al Nasdaq. Pochi mesi fa, alla guida di Helbiz Media, ha deciso di puntare sui diritti della Serie Bkt (il campionato cadetto) da associare come “regalo” ai clienti dei propri servizi. Alla fine, pur con diverse sfumature sul giudizio, nessuno l’ha considerato uno sproposito. Del resto a metterci la firma è un manager che gli anni “ruggenti” dei diritti Tv, quelli in cui i broadcaster hanno investito sempre di più alzando l’asticella e spostando l’asse dei flussi economici dei club, li ha vissuti in prima linea. Soprattutto dal 2011 al 2018, in una Sky allora parte della galassia Murdoch prima di passare alla americana Comcast.

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Lì si trattava di Sky, del leader di mercato. Ora è Helbiz, società i cui monopattini sfrecciano in varie città d’Italia ma sulla quale si concentrano non pochi interrogativi, soprattutto sulle origini finanziarie di Salvatore Palella, 34enne fondatore del gruppo che vive da anni a New York e che prima di Helbiz, oggi quotata al Nyse grazie alla Spac Greenvision, ha avuto esperienze molto discusse in Italia. Stando alle comunicazioni alla Sec, nei primi nove mesi del 2021 Helbiz ha accumulato perdite per circa 50 milioni di dollari a fronte di ricavi per 8,7 milioni. «Salvatore è un talentuoso e visionario giovane imprenditore, ed è tra i pochi italiani ad aver quotato un’azienda al Nasdaq. Negli Stati Uniti, come è noto, gli insuccessi fanno curriculum e sono considerati passaggi quasi necessari per fare bene dopo. Oggi Helbiz è tra i leader mondiali della micromobilità, è una azienda trasparente e compliant da tutti i punti di vista, abbiamo più di 250 dipendenti in Italia, per la maggior parte giovani, e come ogni start up siamo ancora nella fase di vita fisiologica dove si brucia cassa perché investiamo molto. Questi sono i fatti oggettivi».

In Helbiz Mammì, 45 anni, arriva accompagnato da un percorso lungo e tutto legato ai diritti sportivi. «Sui diritti del calcio avevo iniziato a lavorare nel 2003». Un’era geologica fa. Di quello, al tempo, ci si occupava in Telecom Italia che con il portale Rosso Alice è stata tra i pionieri nel campo dei contenuti in streaming. «Erano ancora diritti individuali, non c’era la legge Melandri. Si facevano i primi test con Inter e Juventus. Iniziammo con un po’ di calcio live e basket». Allora «la gestione non era collettiva. Quindi andavo dai presidenti e, a ripensarci, fanno divertire le cifre. Offrivamo 50 o al massimo 100mila euro. Sembravano cifre spropositate» in quegli anni in cui a iniziare gli italiani al calcio pay erano stati Tele+ e Stream. Altri tempi, consegnati al passato quando nel 2003 arriva Sky. «Nel frattempo Mediaset stava facendo partire il suo digitale pay e anche La7 aveva un business pay. Sky, Mediaset e La7 compravano diritti dalle squadre e lavoravano su scambi di sublicenza. Nasceva una forte competizione e conseguente accelerazione a comprare i diritti».

Ecco il colpo dello start della grande corsa. Quella fase Mammì l’ha iniziata a vivere nel 2006 in Img, società internazionale d’intermediazione dei diritti. «Inizialmente arrivai come manager per la parte digitale. E l’anno dopo avevo la responsabilità di Italia e Sud Europa, come vicepresident. A 31 anni».

Tappe bruciate, dopo la laurea «in Lettere e Filosofia alla Sapienza, con un grandissimo intellettuale come Walter Pedullà» e un master in business administration della Profingest a Bologna dopo il quale «mi sono trasferito a Milano e ho iniziato a lavorare in Omnitel-Vodafone prima di passare in Telecom Italia». L’amministratore delegato era Riccardo Ruggiero. «C’era anche un giovane Pietro Labriola (attuale amministratore delegato, ndr.) come direttore marketing, già bravissimo allora. Io lavoravo con Ramon Grijuela, manager elegante e di grandissima esperienza. E ricordo una squadra di assoluto valore».

Poi il lavoro in Img, che significa avere a che fare principalmente con Sky. «Andrea Zappia allora era a capo dello Sport. Ci conosciamo e alla fine mi viene chiesto di passare a Sky. Era il 2011». Da lì si parte con l’ottovolante, in una competizione sempre crescente con Mediaset, passata anche attraverso la perdita dei diritti della Champions League per il 2015-18. «Lo dissi anche in una conferenza stampa: non l’abbiamo persa, ma abbiamo deciso di perderla. Era antieconomico l’affare a quei prezzi. E la storia ci ha dato ragione». Quanto alla Serie A, in quegli anni la lotta fu così serrata che finì sotto la lente dell’Antitrust, con una multa da 66 milioni di euro complessivi a Mediaset, Sky, Lega Serie A e Infront indicando un’intesa restrittiva della concorrenza. Quella multa fu poi cancellata dal Tar e dal Consiglio di Stato. «Fu però un brutto momento con l’arrivo della Guardia di Finanza negli uffici».

In quegli anni la “controparte” di Matteo Mammì per i diritti della Serie A era Marco Bogarelli, a capo della Infront che faceva da advisor per la Lega. E da sempre accusato dal mondo Sky di essere una longa manus della galassia Mediaset. «Non mi spingerei a dire questo. Marco, nel business, aveva uno stile aggressivo, ma era invece sempre ironico e morbido nella vita privata. Io facevo gli interessi di Sky e da Sky si pretendeva sempre di più, essendo la realtà leader. Da qui le negoziazioni infinite, dure e le crescenti difficoltà di quei bandi che poi erano i tre primi bandi della legge Melandri. Poi è vero che Marco aveva ottimi rapporti con il mondo Mediaset, ma era un businessman ed era molto laico, anche nel passare sopra ad antichi rancori».

Ed è quello che succede. Mammì lascia Sky nel 2018. Lo aspetta la sfida per la poltrona di amministratore delegato della Lega Serie A, poi però andata all’attuale ad Luigi De Siervo. Ma il primo a farsi avanti è proprio Bogarelli. «Non mi aspettavo quell’invito a pranzo». Insieme iniziano l’avventura come rappresentanti in Italia di Mediapro per il progetto del canale della Lega Serie A, dopo che Mediapro era uscita perdente dal bando precedente con tanto di 64 milioni di caparra versati e mai ritornati al mittente. «Mai avrei immaginato di lavorare insieme a Marco, siamo stati per 10 anni da parti contrapposte del tavolo. Marco nello sport business è stato un maestro per tutti e ho poi scoperto sue qualità umane incredibili. Per citare l’ultimo Sorrentino: era un uomo che “non si disuniva mai”».

In sottofondo, in questa carriera fulminea più di uno ha visto il peso di quel cognome e l’idea che avesse aperto un po’ di porte. Oscar Mammì è stato un esponente di peso del Partito Repubblicano, padre della prima legge sul sistema radiotelevisivo italiano con tanto di accusa di implicito aiuto al polo Tv di Silvio Berlusconi a tal punto da scatenare l’uscita dal governo Andreotti di cinque ministri. Fra questi c’era anche l’attuale capo dello Stato, Sergio Mattarella. «Era un cugino di mio padre. Purtroppo l’ho incontrato poche volte, ma ricordo una personalità di altissimo profilo umano e intellettuale». Finisce comunque per riderci su quando gli vengono ricordate le nomee. È stato legato diversi anni a Diletta Leotta. Che per un po’, agli esordi alle previsioni del tempo, era indicata come la compagna del manager Sky. Finché Matteo Mammì ha finito per essere “il compagno di”. «Diletta ha dimostrato il suo talento all’interno della macchina Sky, tutto lì. Sulle etichette ho sempre riso, rischiano di scadere facilmente nel gossip».

Oggi sui diritti sportivi Helbiz, facendo le dovute proporzioni, sta seguendo la falsariga di Amazon: diritti come killer application per supportare il vero core business che va oltre l’audiovisivo. Certo, si tratta della Serie B: taglia imparagonabile rispetto ai miliardi della Serie A. In generale, però, Mammì non ha dubbi: occorre guardare al tema con un’ottica differente rispetto al passato. «Il value for money, come lo chiamavamo in Sky, è oggi differente. Finora abbiamo avuto un consumatore disposto a spendere per un pacchetto pay come quelli messi in vendita da Sky. Oggi l’intervento degli Ott, le piattaforme di videostreaming, con la diffusione della fibra e dell’Iptv, insieme alla pirateria, hanno messo in crisi un’equazione che ha retto 20 anni e che ha finanziato il sistema». A questo punto, decisivi secondo Mammì saranno i tempi di reazione. «Il prezzo troppo basso e il doppio abbonamento di Dazn (concurrency, ndr.) finiscono per ridurre il valore dell’asset. In Lega dovrebbero considerare con molta attenzione la questione e rimettere in pista velocemente il progetto del canale della Serie A, distribuito in non-esclusiva da tutte le piattaforme a un prezzo adeguato che dia il giusto valore dell’evento premium. Altrimenti da dove arrivano i soldi per comprare i campioni?». Il tutto con una condizione essenziale: «Il prodotto deve essere di qualità. Sky negli anni ha abituato il consumatore a una qualità altissima. Da lì, indietro, non si può tornare. È una legge ferrea del processo evolutivo».

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