ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùL’analisi

La qualità dei servizi per l’infanzia utile a rilanciare il Paese

L’Italia rischia di essere l’economia matura avanzata che più vedrà ridursi la forza lavoro per l’entrata di generazioni via via sempre più esigue

di Alessandro Rosina

(AdobeStock)

3' di lettura

L’Italia soffre di due grandi problemi in misura maggiore rispetto agli altri Paesi con cui si confronta.

Il primo riguarda la quantità delle nuove generazioni, il secondo la qualità.

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Sul versante quantitativo è ben noto che siamo tra i Paesi in Europa con più bassa natalità e che le dinamiche recenti sono andate in ulteriore peggioramento.

Gli altri Paesi hanno evitato con politiche solide e continue nel tempo di scendere così in basso o sono intervenuti con misure incisive e mirate per invertire la tendenza. Tali Paesi vedranno comunque la popolazione smettere di crescere e la componente anziana aumentare, ma eviteranno il crollo nelle età lavorative. L’Italia rischia, invece, di essere l’economia matura avanzata che più vedrà ridursi la forza lavoro per l’entrata di generazioni via via sempre più esigue.

Ovviamente nessuno si convince ad avere figli per l’esigenza di evitare gli squilibri demografici.

Tali considerazioni non entrano nel processo decisionale di coppia, ma devono senz’altro entrare nelle scelte collettive. Se una comunità considera la nascita di un figlio non solo come costo e complicazione individuale a carico dei genitori, ma come valore collettivo che rende più solido il futuro comune, tenderà ad investire su strumenti che mettono chi desidera un bambino nella condizione non solo di averlo ma di accedere anche alle migliori opportunità di crescita.

Quest’ultimo punto si collega al versante qualitativo.

I percorsi formativi e professionali delle nuove generazioni italiane risultano più deboli rispetto al resto d’Europa, esponendo maggiormente al rischio di dispersione scolastica e di trovarsi nella condizione di NEET (i giovani che non studiano e non lavorano).

Più delle altre economie avanzate trasformiamo i giovani da potenziale risorsa per la crescita del Paese a costo sociale. Come mostrano molte ricerche e le esperienze più virtuose internazionali, la povertà educativa - che frena la mobilità sociale e favorisce la trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze - può essere contrastata efficacemente con un investimento formativo di qualità, inclusivo, che parta dai primi anni di vita.

Questi due gravi problemi che ci caratterizzano in modo particolare non si risolvono dall’oggi al domani con la bacchetta magica, ma hanno senz’altro in comune uno strumento cruciale di risposta, costituito dal sistema dei servizi per l’infanzia. In particolare, rendere i nidi un diritto per ciascun bambino che nasce in Italia produce benefici su vari versanti e di lunga durata. Il primo a beneficiarne è il bambino stesso che può trovare nel nido il punto di partenza di un percorso formativo che lo aiuta a sviluppare, in un ambiente stimolante, le capacità di apprendimento, le abilità cognitive e le competenze sociali. I benefici maggiori, come molti studi evidenziano, riguardano proprio chi nasce in contesti con povere risorse socio-culturali. Aiuta, inoltre, i genitori a confrontarsi e scambiare informazioni, favorendo l’integrazione delle famiglie immigrate. Migliora, infine, l’armonizzazione tra tempi di vita e di lavoro, con conseguenze positive sia sull’occupazione femminile che sulla fecondità. Consentire alle coppie con figli piccoli di non rinunciare al lavoro di uno dei due è anche la misura più efficace per ridurre l’elevato rischio di povertà delle famiglie con minori.

Rispetto agli altri Paesi c’è una carenza di nidi di qualità in Italia? I dati Istat ci dicono di sì, con una forte eterogeneità territoriale. Ne abbiamo bisogno? Se vogliamo rispondere agli squilibri e alle diseguaglianze che ci caratterizzano, la riposta è sì. Ci sono risorse adeguate per un piano di forte investimento? Sì, grazie a un fondo che ha un nome, Next Generation Eu, che invita ad agire in tale direzione.

Cosa manca? Quello che deve fare principalmente la politica, ovvero realizzare in modo efficace sul territorio misure che vanno incontro ai progetti individuali e hanno ricadute positive a livello sociale ed economico. È su questa sfida che la politica competente e orientata al bene comune deve dimostrare di saper fare la differenza.

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