nord versus sud?

La questione meridionale

L'emergenza sanitaria e il dibattito sulla solidarietà economica hanno riportato al centro quella cortina di pregiudizi “antropologici” che continua a dividere l'Europa. Ma gli stereotipi che incasellano popoli e nazioni sono utili a capire la storia quanto gli oroscopi a predire i risultati delle elezioni

di Anna Zafesova

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Le immagini pubblicate in questo servizio fanno parte di un reportage fotografico realizzato due estati fa dai membri del collettivo TerraProject, che si sono alternati in un viaggio lungo gli 8mila chilometri di coste italiane (da Ventimiglia a Trieste e passando anche per le isole maggiori) andando alla scoperta del paesaggio del lungomare e delle persone che lo abitano

L'emergenza sanitaria e il dibattito sulla solidarietà economica hanno riportato al centro quella cortina di pregiudizi “antropologici” che continua a dividere l'Europa. Ma gli stereotipi che incasellano popoli e nazioni sono utili a capire la storia quanto gli oroscopi a predire i risultati delle elezioni


4' di lettura

Stare in casa senza poter uscire, fare la spesa una volta a settimana, non togliersi mai la mascherina. Chi di noi, di fronte alle notizie dalla quarantena di Wuhan, non aveva scherzato, «roba da cinesi», magari aggiungendo «da noi sarebbe mpensabile»? Poi, quando gli italiani ormai si erano trasformati in perfetti cinesi, disciplinati e precisi al punto da stupire se stessi, era toccato ad altre nazioni commentare (almeno sottovoce) «la solita confusione degli italiani» di fronte alla tragedia del Nord Italia.

Gli italiani, per ripicca, cercavano di smontare i numeri dell'epidemia in Germania, argomentando sui social e nei talk show che i crucchi occultassero i morti “di Coronavirus” sotto la voce dei morti “con il Coronavirus”. Sulla Cina, poi, il pregiudizio spaziava tra due estremi apparentemente incompatibili, dal mitico «i cinesi mangiano i topi vivi» del governatore del Veneto agli elogi all'efficienza della dittatura di Xi Jinping da parte di molti commentatori e politici, senza parlare poi dei sospetti trumpiani sul virus Made in China.

Raramente lo sfoggio dei pregiudizi nazionali è stato più dannoso che all'epoca del Coronavirus. Non sapremo mai quantificare le vite perdute mentre a Milano si facevano aperitivi sui Navigli durante la “caccia al cinese” – prevalentemente cacciando a male parole dai mezzi pubblici e dai supermercati gruppetti di filippini – o mentre nel resto d'Europa si ridacchiava della solita inefficienza italiana invece di farsi subito mandare da Bergamo tutta la documentazione per non commettere gli stessi errori, senza nemmeno l'attenuante di essere stati i primi a venire travolti dall'emergenza. Poi, ecco il dibattito sulla solidarietà europea, che ha riproposto in chiave epidemiologica la “Questione Meridionale” del nostro continente, ovvero il vecchio divario tra le operose e giudiziose formiche del Nord e le disorganizzate e spensierate cicale del Sud, già collaudato all'epoca della crisi greca.

Tra Roma che minacciava la rottura e il premier olandese Mark Rutte (uno dei quattro “frugal four”, secondo la definizione coniata dal Financial Times, insieme con l'austriaco Sebastian Kurz, la danese Mette Frederiksen e lo svedese Stefan Löfven), che ridacchiava «no, no, no» con l'operaio della discarica che gli chiedeva di «non dare soldi a spagnoli e italiani», il dibattito sulle antropologie nazionali è sceso a livelli da bar sport, con un'aggravante di squallore ulteriore di fronte alle migliaia di vittime del Covid-19. Gli europei del Sud, con un cuore grande così, contro i “nordici” freddi e calcolatori (o i teutonici efficienti e razionali versus i meridionali emotivi e spendaccioni, dipende dai punti di vista).

I “liberisti” con i sistemi sanitari “ottimizzati” dal mercato e i “socialisti” con gli ospedali aperti a tutti. L'impotenza delle democrazie occidentali contro l'inflessibile verticale di potere dei leader asiatici. Nella versione “alta” di questo dibattito sono stati disturbati il Vaticano, Lutero e Confucio, il Sacro Romano impero e la globalizzazione, la cultura della responsabilità individuale e l'etica dell'azione comune, in un tentativo inutile quanto ipocrita di stilare una classifica dei popoli e dei caratteri nazionali “migliori”. Perfino i “buoni” che hanno cercato di combattere il ricorso agli stereotipi in una materia delicata come il dibattito sugli aiuti alle economie europee, l'hanno fatto ricorrendo ad altri stereotipi, come Thomas Fricke che dalle pagine di Der Spiegel ha difeso l'Italia e aggredito i suoi connazionali condizionati dai «tanti film sulla mafia», scagliandosi contro «tutta questa arroganza tedesca che – non solo adesso, ma soprattutto adesso – è particolarmente tragica».

Il Coronavirus non ha tenuto conto di nessuna di queste categorie. Ha fatto strage negli ospedali e nelle case di cura, dei “nordici” come dei “meridionali”, dei liberisti come dei socialisti, degli autoritarismi come dei democratici. Ma ha anche rovesciato molti stereotipi, quella cortina di pregiudizi che comunque continua a intralciare il percorso verso una più marcata unione continentale. Il Sud d'Europa si è mostrato disciplinato quanto e più dell'Asia. Le “dittature” della Cina e della Russia sono rimaste pesantemente colpite, e già il fatto che nessuno si fidi delle statistiche né di Xi, né di Putin dimostra come i giganti “illiberali” fatichino a mantenere il consenso.

I Paesi relativamente più poveri dell'Est Europa post comunista hanno avuto comparativamente meno drammi del ricco Ovest: forse proprio perché consci della loro maggiore vulnerabilità, sono stati più prudenti fin da subito. I Paesi grandi in genere sono stati colpiti più dei piccoli, in quanto oltre alla obiettiva difficoltà gestionale avevano un'immagine di potenza da salvaguardare.

Dopo il lockdown ucraino il Cremlino aveva dichiarato che «la soluzione di Kiev è sbagliata»: ha seguito malvolentieri l'esempio degli odiati ex fratelli solo due settimane dopo, durante le quali la Russia è diventata il leader dei contagi in Europa. I due Paesi che più si sono affidati all'autodisciplina dei cittadini sono l'ultralibertaria Svezia (che ha tanto fatto arrabbiare noi italiani, rigoristi del lockdown, contraccambiati con il sospetto che forse stiamo ancora “rosicando” perché loro sono andati ai Mondiali di Russia e noi no) e l'autoritaria Bielorussia: la prima in nome dei suoi princìpi di libertà, la seconda suo malgrado, in quanto il dittatore Lukashenko è un negazionista del Coronavirus.

La storia può spiegare tante cose, ma usarla per incasellare senza possibilità di fuga popoli e nazioni è utile quanto ricorrere all'oroscopo per predire i risultati delle elezioni. Chi sostiene che i tedeschi siano alfieri dell'austerità perché nella loro lingua (come nell'olandese) Schuld vuol dire sia debito sia colpa, in un'accezione che trasforma un comportamento economico in un peccato morale, forse non sa che fior fiore di economisti tedeschi all'inizio del Novecento teorizzavano l'importanza del debito pubblico come motore dell'economia.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la Corea del Sud – oggi indicata come modello di tecnologia ed efficienza nella lotta al virus – era il Paese più povero e arretrato dell'Asia, con un tenore di vita al livello del Ghana (dell'epoca). La Svezia, sinonimo dei diritti individuali, ha praticato sterilizzazioni forzate in nome dell'eugenetica fino alla metà degli anni Settanta. La storia non offre nessuna regola per distinguere i buoni e i cattivi. Insegna soltanto a imparare dai propri errori.

Strada incompiuta tra Acciaroli e Palinuro, provincia di Salerno

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