Le conseguenze della pandemia

La quinta ondata di Covid? È quella dei disturbi psichiatrici: casi raddoppiati tra gli adolescenti

Claudio Mencacci, co-presidente della Società italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf), a congresso in questi giorni: «Con un aumento del 26% della depressione e con un +28% dei disturbi d'ansia, la quinta ondata della pandemia in Italia è già in atto»

di Barbara Gobbi

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4' di lettura

«Con un aumento del 26% della depressione e con un +28% dei disturbi d'ansia, la quinta ondata della pandemia in Italia è già in atto: è quella che affligge la mente. Non dei pazienti Covid, ma della popolazione generale, a partire dalle categorie più fragili, come le donne, gli anziani e i giovani, colpite dai principali fattori di rischio che sono l'impoverimento, la disoccupazione e l'isolamento». Sta tutta in questa frase l'identità dei milioni di persone che da noi, come in tutto il mondo, sono investite dal malessere più o meno accentuato, fino alla depressione maggiore, che due anni di coronavirus ci stanno incollando addosso. A pronunciarla è Claudio Mencacci, co-presidente della Società italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf), a congresso in questi giorni.

Iperallerta, ipocondria, depressione

«Per noi psichiatri – racconta Mencacci che è direttore emerito di neuroscienze e salute mentale all'Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano - il lavoro è letteralmente esploso: un flusso continuo di persone in stato di iperallerta, ipocondria, depressione, perdita del desiderio di contatto con il mondo esterno, individui che si sono isolati e che magari hanno perso capacità cognitive perché lo stimolo del ‘cervello sociale' non si è più attivato. Paradossalmente chi già era sofferente è più ‘addestrato' alle anomalie dell'isolamento: soffre maggiormente la popolazione generale. Ma è un fiume carsico di cui vediamo oggi solo gli effetti più eclatanti e ci interroghiamo, ad esempio, su quali saranno gli esiti a lungo termine per i giovani, drammaticamente intaccati da questa situazione».

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Tra gli adolescenti casi raddoppiati rispetto al pre-Covid

Una meta analisi su 29 studi che nel complesso hanno incluso oltre 80mila ragazzi, pubblicata sul prestigioso Jama Pediatrics e spunto di riflessione e dibattito anche tra gli psichiatri Sinpf riuniti a congresso in questi giorni, dà la dimensione di un problema inevitabilmente mondiale: un adolescente su quattro presenta i sintomi clinici della depressione e uno su cinque dà segni di un disturbo d'ansia. Casi raddoppiati rispetto al pre Covid e questo protrarsi dell'epidemia rischia di comportare conseguenze gravi sulla società di domani. Perché se è nota la capacità di resilienza e di recupero della popolazione giovanile, è anche vero che l'isolamento sociale, l'impossibilità o i condizionamenti nel frequentare in piena serenità i coetanei, nel vivere la propria età tra prime relazioni e impegno scolastico e sportivo in presenza, sono fattori che protraendosi impattano sulla salute mentale.

Adolescenti molto più a rischio dei bambini

«Più dei bambini – chiarisce Mencacci – ci preoccupano gli adolescenti. Ridotte ore di sonno, aumento dell'aggressività, abuso di Internet anche nelle ore notturne, eccesso di videogiochi, sono comportamenti indotti dal confinamento ma anche sintomi della depressione». E allora ci si concentra su questo “Long Covid della mente”, dovuto a un'epidemia sulla cui evoluzione a tutt'oggi è impossibile fare pronostici attendibili: è dimostrato che in particolare chi ha sofferto in maniera persistente di sintomi depressivi, soprattutto durante l'adolescenza, rischia di avere nel corso della propria vita ripercussioni più negative di quante ne avrebbe per un singolo episodio, anche in fase molto precoce, se questo viene risolto.

Necessario intervenire con le cure

Anche in questo caso è la letteratura internazionale a fare il punto: uno studio pubblicato sul Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry per il quale sono stati seguiti quasi 1500 bambini e adolescenti fino ai 30 anni ha dimostrato che la presenza di sintomi persistenti di depressione da giovanissimi si associa a una vita adulta più difficile, in cui è maggiore il rischio di ansia, abuso di sostanze e perfino condotte criminali, è più elevata la probabilità di avere problemi di salute e relazioni sociali complicate così come di non raggiungere gli obiettivi di studio e carriera. Le conseguenze - attesta lo studio - sono più negative per chi soffre di depressione durante l'adolescenza rispetto alla prima infanzia e soprattutto per chi ‘trascina' i sintomi depressivi senza che vengano risolti da un adeguato trattamento: le ripercussioni sono infatti attenuate in chi è stato gestito dai Servizi di salute mentale.

In Italia servizi di salute mentale insufficienti

E qui l'Italia mostra drammaticamente il proprio tallone d'Achille. Depauperati da anni di tagli, i servizi sono ridotti all'osso. «Il personale non c'è – avvisa Mencacci – tanto che registriamo una sorta di arretramento della riforma psichiatrica perché mancano professionisti, nell'ordine del migliaio. Il territorio è scoperto, così come sono scoperti gli ospedali dove sono stati chiusi molti reparti perché non c'era chi li facesse funzionare. Un fatto gravissimo, così è impossibile sia fare prevenzione che curare». Un ‘j'accuse' non nuovo da parte degli psichiatri italiani, tra gli specialisti più “saccheggiati” dai tagli e dalla disattenzione sul Servizio sanitario nazionale negli anni precedenti il Covid. E la novità rappresentata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza non pare aver invertito la rotta:

«Abbiamo bisogno – continua lo psichiatra - di un Pnrr che parli chiaramente di salute mentale: non ho visto grandi righe su questo tema mentre servono risorse per interventi multidisciplinari, anche in raccordo con gli psicologi, servono prevenzione, interventi precoci e trattamenti scientificamente dimostrati. Dobbiamo essere in grado di fare scelte basate sulle evidenze e laiche, dati alla mano e secondo appropriatezza, anche nella eventuale somministrazione di farmaci in caso di sintomi gravi». Ma prima di tutto alla scuola, che dall'ultima legge di Bilancio ha ricevuto 20 milioni per il sostegno psicologico, guardano gli psichiatri per arginare malessere e depressione giovanile a suon di prevenzione e progetti mirati. «La scuola è una boccata d'ossigeno per i ragazzi, un ricostituente della mente: la decisione di tenerla aperta malgrado le difficoltà organizzative va assolutamente preservata».

Il bonus psicologo proposto e subito tramontato

Poi lo sguardo passa dai giovani alle famiglie e all'intera società – già in fase pre pandemica si stimava per l'Italia un bacino di 3,2 milioni di persone, di cui un milione con depressione maggiore -: necessita un “booster” per la salute mentale e su questo fronte gli interventi rischiano di essere colpevolmente tardivi o senza una regia, affidati alle sensibilità regionali. Come accade per il ‘bonus psicologo', proposto ma presto tramontato sempre in legge di Bilancio (erano 50 milioni), cui le amministrazioni – quando va bene - suppliscono arruolando psicologi ancora per questo anno di emergenza, stanziando voucher o istituendo lo ‘psicologo di base'. In attesa di risorse consistenti e di una strategia dedicata e che gli organici siano finalmente rimpolpati.


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