Analisi

Per Zegna la quotazione è la via maestra per crescere mantenendo il controllo famigliare

Le dimensioni (oltre un miliardo di fatturato) rendevano altre strade, come i fondi, improbabili - Peculiare la vocazione tessile e industriale di Zegna, che nell’ultimo anno ha fatto molte acquisizioni di aziende a monte della filiera e resta specializzata nella parte uomo

di Giulia Crivelli

(Ansa)

5' di lettura

In Italia, lo sappiamo, sono poche, rispetto ad altri Paesi, le aziende che scelgono la quotazione. Siamo una nazione di piccole e medie imprese, è vero, ma la scarsa propensione alla Borsa - segmento principale o Star, nel caso di Milano - è un dato di fatto. Nella moda e nel lusso poi la considerazione è ancora più valida, specie nel confronto con la Francia, unico nostro reale competitor nell’alta gamma. Oltralpe del resto si sono formati due grandi poli - Lvmh e Kering - che non hanno eguali in Italia e che, ça va sans dire, sono quotati.

Billion euros companies non quotate

Il gruppo Ermenegildo Zegna è una delle poche aziende italiane con un fatturato sopra il miliardo di euro e apparteneva - fino a ieri, dovremmo dire - a un insieme ancora più ristretto di aziende non quotate. In Borsa sono andate infatti il gruppo Tod’s, Salvatore Ferragamo e società che in realtà non sono ancora billion euros companies, come Aeffe. Il gruppo Prada è quotato, ma a Hong Kong.

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Perché la Borsa (attraverso una Spac)

La ragione principale che ha spinto il gruppo Zegna a quotarsi, dopo anni di rumor e, si può intuire, tentennamenti interni, è, molto semplicemente, il passare del tempo, potremmo dire. Non scontata la formula scelta per la quotazione, una Spac: il gruppo italiano e Investindustrial Acquisition Corp., una Spac (Special purpose acquisition corporation) promossa da società di investimento affiliate a Investindustrial hanno spiegato che l’ipo avverrà al Nyse di New York entro la fine dell'anno. Il tempo che passa, dicevamo: amministratore delegato del gruppo biellese è Gildo Zegna, terza generazione della famiglia fondatrice, e in azienda sono già presenti i rappresentanti della quarta generazione, figli di Gildo e dei fratelli e cugini. Gestire la divisione di compiti, responsabilità e ruoli diventa sempre più complicato, come aveva dimostrato il gruppo Ferragamo, a sua volta combattuto tra controllo strettamente famigliare e apertura a manager esterni e che poche settimane fa ha annunciato l’arrivo di un nuovo amministratore delegato, Marco Gobbetti, l’uomo che ha rilanciato Celine e Burberry. Gestire i passaggi generazionali ma mantenere il controllo: questo permette la Borsa. Diversi i casi, ad esempio, di Versace, che è di fatto passata dalla famiglia al colosso americano Capri Group. Gli esempi di famiglie fondatrici che hanno venduto ai gruppi francesi hanno visto spesso l’uscita della maggior parte dei discendenti dei fondatori: è accaduto in Bulgari, Fendi e, più di recente, con Emilio Pucci.

La peculiarità di Zegna

Il gruppo Zegna è pur sempre una billion company e la strada di un’apertura ai fondi di private equity sarebbe stata più difficile. È appena successo con Etro, che ha annunciato l’entrata di L Catterton con il 60% , mentre il restante 40% resta equamente diviso tra i quattro figli del fondatore Gimmo Etro. Ma Etro ha un fatturato di circa cento milioni e l’operazione è valutata in circa 500 milioni: con questi multipli, sarebbe stato difficile trovare un fondo per Zegna e soprattutto non sarebbe stato altrettanto facile, per la famiglia, mantenere una quota di maggioranza, come invece accadrà.

Il confronto con le altre non quotate

A differenza delle altre aziende italiane da oltre un miliardo di ricavi non quotate (Armani, Otb, gruppo Max Mara), Zegna è nata come azienda tessile e si è evoluta in gruppo di tessile-abbigliamento con una specializzazione quasi esclusiva nella parte uomo (di recente il gruppo ha venduto il marchio di abbigliamento e accessori da donna in cashmere Agnona). In questo percorso assomiglia a Loro Piana (oggi parte di Lvmh), ma resta un unicum, avendo rafforzato, proprio nell’ultimo anno, la parte industriale, con le acquisizioni di eccellenze italiane della parte a monte della filiera.

Il 22 giugno, insieme al gruppo Prada (inedita operazione congiunta tra competitor nel prodotto finito), Zegna aveva acquisito la maggioranza nella Filati Biagioli Modesto, azienda di Montale (Pistoia), da oltre un secolo eccellenza nella produzione di cashmere e filati nobili e nella cura del processo di trasformazione delle fibre in filati. La settimana prima il gruppo aveva acquisito la maggioranza (60%) di Tessitura Ubertino di Pratrivero (Valdilana, Biella), azienda specializzata nella produzione di tessuti femminili di alta gamma. In base all'accordo, il restante 40% rimane ai fratelli Alberto e Paolo Ubertino, che mantengono anche i loro ruoli nella gestione operativa e creativa dell'azienda, ma si era trattato di un ulteriore tassello per rafforzare il gruppo Zegna, che nei mesi precedenti aveva acquisito Bonotto, Dondi e Tessitura di Novara.

La scelta di New York

Il gruppo Zegna ha sempre avuto legami molto forti con gli Stati Uniti: per alcuni anni la linea Z Zegna aveva persino sfilato durante la fashion week di Manhattan e l’America resta un mercato importantissimo per il brand. «Il mercato americano è stato la mia palestra – ha ricordato Gildo Zegna molte volte –. Nel 1981 osai persino mettere la mia foto in una pubblicità pensata per gli Stati Uniti e per presentare il nostro marchio e la nostra filosofia al mercato».

Le parole dei protagonisti

Poco dopo l’annuncio tramite un comunicato stampa, i tre protagonisti dell’accordo – Gildo Zegna, Per Zegna la quotazione è la via maestra per crescere mantenendo il controllo famigliare– hanno risposto via Zoom alle curiosità della stampa internazionale.

La quota di controllo

Il 62% resterà nelle mani della famiglia Zegna, l’11% sarà destinato ad altri investitori e il 27% sarà sul mercato, aperto anche a piccoli investitori, ha precisato Ermotti. «È un’operazione nata da incontri iniziati nel gennaio di quest’anno e facilitati dall’intesa che si è subito stabilita tra Investindustrial e il gruppo Zegna – ha sottolineato il presidente della Spac –. I tre pilastri sui quali si basa la visione sono: l’integrazione verticale che caratterizza il gruppo Zegna e che lo rende unico nel panorama mondiale dell’alta gamma da uomo, il fatto di essere da decenni un brand e un’azienda globale e il grandissimo potenziale in Cina, dove Zegna è stato tra i primi marchi a sbarcare. E poiché la Cina resterà il motore della crescita del mercato del lusso – ha aggiunto Ermotti – questo mette Zegna in una posizione di grande vantaggio competitivo».

La governance

Gildo Zegna ha spiegato due punti importanti: il primo è che sull’operazione tutti i membri della famiglia hanno concordato, anche perché sarà proprio il dna del gruppo, nato oltre cento anni fa, a guidare lo sviluppo futuro. Il secondo punto è la governance, anche alla luce delle regole che vanno rispettate in un mercato come quello americano, molto attento a questi aspetti: «Siamo stati finora un’azienda privata, ma ci siamo dati regole e ci siamo comportati come se fossimo una public company, una società quotata – ha spiegato l’ad del gruppo, che manterrà il suo ruolo di ceo e presidente –. Anche per questo, oltre al fatto di aver scelto la formula della Spac, ci sono voluti pochi mesi per mettere a punto i dettagli dell’operazione».

Visione di lungo periodo

Andrea Bonomi lo ha spiegato con grande chiarezza: «Per alcune delle operazioni fatte anche nel recente passato da Investindustrial siamo stati noi a portare una “cultura” della governance nelle aziende. Nel caso di Zegna non è stato necessario. Certo, c’è stato un processo di due diligence, ma l’eccellenza del gruppo in ogni aspetto dei processi aziendali era fuori questione fin dall’inizio». Come dire che Investindustrial non agisce, in questo caso e in generale, in una logica speculativa o, men che meno, di salvataggio o rilancio. La quotazione è finalizzata a far crescere in modo più strutturato, per così dire, il gruppo e il suo marchio.

Logica industriale

«Non è un progetto finanziario, bensì industriale – ha ripetuto Gildo Zegna –. Le risorse che arriveranno serviranno soprattutto per una crescita organica, perché abbiamo tantissimi progetti avviati o in fase avanzata di lancio. Il mix distributivo continuerà a includere il canale wholesale e ovviamente ci sarà una spinta per la digitalizzazione e verso un modello di omnicanalità. Non possiamo escludere altre acquisizioni, ma nemmeno voglio dire che sono la priorità».

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