Opinioni

La R-Evolution del Private Equity e il suo ruolo nella ripresa

di Fabio Sattin

4' di lettura

In questi ultimi anni il settore del private equity ha subìto notevolissime evoluzioni e cambiamenti e l’attuale situazione di crisi ha ulteriormente accelerato questo processo, di cui cerchiamo qui di cogliere gli aspetti principali.
Anche a seguito delle drammatiche conseguenze della pandemia, il bisogno di capitale di rischio è più che evidente, specialmente in Italia, maggiormente esposta rispetto ad altri Paesi anche a causa della cronica sottocapitalizzazione di molte aziende. Ed è inoltre emerso come gli strumenti di investimento adottati finora dagli operatori del settore non sempre sono stati in grado di fornire una risposta efficace alle esigenze di aziende e investitori.
Ecco quindi negli ultimi anni un fiorire di nuove strutture, anche nel nostro Paese: holding quotate o non quotate; fondi quotati; SPACs; accordi strutturati di co-investimento; club deals; investimenti diretti da parte di family offices (anche consorziati tra loro) e fondi sovrani, sempre più attivi e presenti in questo segmento; evergreen funds; umbrella funds; search funds; pledge funds; fondi ibridi e fondi di private debt in tutte le loro molteplici articolazioni.
Tanti nuovi strumenti per fare la stessa cosa: identificare aziende e imprenditori promettenti sui quali investire, aiutandoli nel loro percorso di sviluppo e valorizzazione nella speranza, se le cose andranno bene e le aziende avranno effettivamente aumentato il loro valore, di realizzare un ritorno sull'investimento nei tempi e nei modi che, di volta in volta, saranno ritenuti i più opportuni, condividendo tali guadagni (solo se presenti) tra gestori e investitori. E’ questa l'essenza dell'attività di private equity.
Ma quali saranno i filoni principali sui quali si svilupperanno i nuovi “prodotti”? Presumibilmente quelli che andranno a risolvere alcune delle problematiche tipiche di questo tipo di investimento, anche tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie.
Un primo tema è quello dell'elevata illiquidità che tipicamente caratterizza questo genere di investimenti e che ha già portato e porterà sempre di più all’utilizzo di nuovi strumenti, vedi ad esempio le SPACs, i fondi (e le holding) quotati e altri schemi di intervento adatti anche a investitori meno pazienti e di dimensioni minori.
Dal punto di vista delle società partecipate, quasi sempre non quotate, uno dei limiti principali al ricorso al private equity è invece connesso alla scadenza alla quale sono normalmente assoggettati i fondi chiusi. Per superare tale limite si sono quindi sviluppati nuovi strumenti, come i club deals o i veicoli di permanent capital, che si stanno diffondendo in modo molto veloce e significativo. Per gli investimenti di minoranza, dove il rischio principale è quello di non potere concretamente uscire dall’investimento, è inoltre prevedibile una graduale sostituzione dello strumento azionario con strumenti di debito ibrido, spesso più efficaci e adatti a risolvere questo problema. Infine, anche family offices e fondi sovrani aumenteranno la loro presenza, investendo spesso direttamente, mentre i pledge funds e gli accordi di co-investimento consentiranno una maggiore libertà di scelta agli investitori, altro elemento sempre più richiesto e ricercato.
Sul fronte del fundraising, mai come in questo momento si è registrata una così abbondante liquidità e ricerca di rendimenti, con particolare attenzione agli investimenti nell’economia reale. E anche per il venture capital potrebbe finalmente essere giunto il momento del balzo, grazie all'impatto degli importanti interventi pubblici previsti per il settore, dell’emergente crowfunding e del sempre maggiore coinvolgimento dei c.d. business angels. Una grande massa di denaro a cui si aggiungeranno le imponenti risorse che arriveranno dal Recovery Plan, da utilizzare però con estreme attenzione e intelligenza. Dalle modalità che verranno scelte per effettuare gli interventi pubblici, infatti, dipenderanno il futuro della nostra economia e mercato, e il successo, o meno, di tali interventi. Ci si auspica fortemente che, in questo scenario, gli interventi siano sempre informati a una logica di sinergica collaborazione tra pubblico e privato, più che a operazioni “dirette”, se non in casi molto specifici ove il mercato non sia sufficientemente presente, e che tali interventi siano sempre temporanei e prevedano chiare (e trasparenti) regole di ritorno sull’investimento e precisi criteri (e tempi) di disinvestimento. Il tutto compatibilmente con le regolamentazioni europee in tema di aiuti di Stato.
Una così marcata evoluzione, certamente positiva, andrà però attentamente monitorata e regolamentata, in quanto il maggiore distacco che si verrà a creare tra fornitori di capitali e investitori potrebbe portare a rischiosità significative. Ricordiamoci sempre che investire in private equity significa investire prevalentemente in società non quotate, tramite una negoziazione privata e quindi in assenza di trasparenza a livello di prezzo e di condizioni. Ed è questa la vera sfida che l'industria del private equity e i regolatori dovranno affrontare, in particolare nel nostro Paese, spesso afflitto da eccessi o incertezze nelle normative: consentire la massima articolazione e flessibilità degli strumenti nell'ambito di una regolamentazione chiara, equa e che ne garantisca il corretto utilizzo.
Non sarà certo facile trovare il giusto bilanciamento tra tali aspetti per loro natura contrastanti, che dovranno anche tenere conto della necessaria compatibilità che tali norme dovranno avere nell'ambito di un mercato sempre più internazionalizzato e competitivo, anche a livello di singoli Paesi. E l'Italia dei soldi degli investitori internazionali ha un grande bisogno. Tuttavia, se tutte le parti coinvolte, operatori, associazioni di categoria e regolatori in primis, agiranno in buona fede, parlandosi, rispettandosi, ascoltandosi e mettendo professionalità, competenza e trasparenza in primo piano, sarà possibile trovare la soluzione migliore e il private equity, in tutte le sue nuove articolazioni, sarà più che pronto per affrontare una nuova era di sviluppo e crescita, capitalizzando al meglio sulle esperienze passate e creando le condizioni basilari per liberare il suo enorme potenziale a supporto della crescita economica e sociale. E’ un'occasione unica per il rilancio del nostro Paese: non possiamo sbagliare!

Presidente esecutivo e Socio fondatore di Private Equity Partners
Professore a contratto di Private Equity e Venture Capital, Università Bocconi, Milano
fabio.sattin@unibocconi.it

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