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La raccolta di arance è in calo del 25-30%, ma i consumi crescono

Report Ismea: il trend si tradurrà in un aumento dei prezzi e nel calo delle esportazioni di prodotto fresco e dei quantitativi avviati all’estrazione di succo

di Emiliano Sgambato

 Raccolto di arance in netto calo ma di buona qualità

3' di lettura

Produzione in forte calo (ma di buona qualità) in Italia, contro il trend di crescita che si registra a livello mondiale. E consumi interni che si mantengono su buoni livelli dopo il successo riscosso durante il lokdown. È in estrema sintesi la fotografia scattata da Ismea sul mercato delle arance che traccia un primo bilancio della stagione 2021-22.

In Italia si stima un calo tra il 25 e il 30% del raccolto di arance, «a causa delle condizioni meteo sfavorevoli che hanno condizionato negativamente gli aranceti nelle fasi di fioritura e ingrossamento dei frutti». Dal punto di vista qualitativo, però, «il prodotto si presenta eccellente» e «l’offerta è soddisfacente anche in termini di calibro». Anche nei Paesi Ue il raccolto non è stato abbondante (6,1 milioni di tonnellate, il 6% in meno rispetto alla campagna precedente). Questo, secondo Ismea, «si tradurrà necessariamente in un aumento dei prezzi» e nel calo «delle esportazioni di prodotto fresco e dei quantitativi avviati all’estrazione del succo».

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È atteso anche un aumento delle importazioni, «con Egitto e Sudafrica destinati a giocare un ruolo da protagonisti tra i fornitori della Ue». La produzione globale di arance è infatti in aumento del 3% su base annua (48,8 milioni di tonnellate) grazie soprattutto ai maggiori raccolti conseguiti in Brasile, Messico e Turchia.

A partire dal mese di novembre le quotazioni all’origine hanno mostrato un netto incremento sia rispetto alla campagna 2020/21 (+5,5%) sia rispetto al dato medio del triennio precedente (+11,6%); e tra dicembre e febbraio, «la forbice si è ulteriormente ampliata».

Sul fronte consumi, tra ottobre 2021 e gennaio 2022, le vendite al dettaglio di arance sono cresciute del 4% su base annua e del 10% rispetto alla media dell’ultimo triennio. Incrementi in linea con quelli riscontrati per il prodotto confezionato venduto in Gdo. Lo stesso trend riguarda anche il prezzo medio di vendita: +0,4% su base annua e +2,7% rispetto alla media del triennio precedente. «Su questo risultato – commenta Ismea – hanno inciso in maniera determinante sia la maggiore offerta di prodotto confezionato sia l’atteggiamento positivo dei consumatori che acquistano maggiori quantitativi di arance per arricchire la propria dieta di vitamine e antiossidanti».

Se si guarda oltre la congiuntura, Ismea nota come «il settore agrumicolo nazionale è penalizzato fortemente dai limiti insiti nella propria struttura (...) La filiera produttiva è concentrata in poche aree geografiche, con i due terzi delle arance prodotte in tre aree del Meridione: a Catania insiste circa un terzo della produzione nazionale, a Siracusa circa un quinto e nella provincia di Reggio Calabria il 10 per cento. A livello di produzione, l’eccessiva frammentazione della maglia poderale (la dimensione media delle aziende agrumicole è di 3 ettari) e la persistenza di impianti poco moderni e razionali determinano una minore produttività, una scarsa resistenza alle fitopatie (in particolare al virus della Tristeza) e un calendario di raccolta più breve rispetto ai nostri diretti competitor spagnoli».

Dal punto di vista commerciale «permane la scarsa propensione degli agricoltori ad associarsi in cooperative ed OP che seppure numerose rimangono di dimensioni economiche medio-piccole e ciò rende difficile realizzare politiche economiche settoriali efficaci». Dall’altro lato, tuttavia, il potenziale produttivo, che ammonta a circa 84mila ettari, è in lieve ripresa grazie ai reimpianti (+2,8% nel 2020).

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