DA MARTEDì 5 MAGGIO

“La ragazza con la Leica” in edicola con Il Sole 24 Ore

Il libro di Helena Janeczek è stato tra i vincitori del Premio Strega e fa parte di una collana di prestigiosi romanzi in vendita con il quotidiano

di Andrea Cortellessa

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Il libro di Helena Janeczek è stato tra i vincitori del Premio Strega e fa parte di una collana di prestigiosi romanzi in vendita con il quotidiano


2' di lettura

A Bertolt Brecht erano indigeste le storie piene di fantasia e grandi sentimenti, ma con poca concretezza. «La realtà è concreta»: se lo scolpisce su una trave dello studio, in esilio dal nazismo. Qualche anno prima lamenta che al suo tempo «non c'è quasi traccia di materiale veramente epico». E lancia uno slogan: «auspicabile è che si confezionino documenti». Nella maggior parte dei romanzi, invece, «non c'è niente di fotografabile».

Di lì a poco spunteranno narratori, come Döblin e Dos Passos, capaci di scrivere romanzi fotografabili. E con la fotografia vera e propria lui, Brecht, saprà dettare con L'Abicì della guerra un modello esemplare. L'epica moderna spesso è stata documentaria: affrancandosi dalle convenzioni trite dell'invenzione romanzesca. Negli ultimi decenni si è parlato tanto di non-fiction ma questa esigenza, come si vede, è una nervatura già del modernismo. E non è un caso che, finito pure il postmodernismo, si sia tornato a parlare di epica: anche se, spesso, in modo non così concreto.

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Il lavoro di molti dei nostri migliori narratori – fra loro diversissimi – ha a che fare con questa concretezza, questa fotografabilità. Penso a Vitaliano Trevisan, Giorgio Vasta, Giorgio Falco, Francesco Pecoraro. Una di loro, Helena Janeczek, è venuta da noi dalla terra, dalla lingua, dalla storia tragica che Brecht conosceva bene. Da Lezioni di tenebra a Le rondini di Montecassino il suo sguardo sull'Europa «pallida madre» è disincantato, a volte duro, sempre appassionato. Le sue storie non le racconta per intrattenerci. Sono storie nelle quali non possiamo non gettarci, invece, perché i loro personaggi nella vita, e nella storia, si sono gettati con tutti loro stessi. Per questo le correda di documenti: sono storie “vere”, ma non si possono leggere in un modo solo. Se è narrativa, ha dei personaggi: che hanno teste per pensare, occhi per vedere, bocche per parlare.

La ragazza con la Leica è uno di questi personaggi, la fotografa Gerda Taro: «una senyoreta dalle manine morbide, che avrebbe potuto restarsene a Parigi a immortalare le attrici e mannequins elegantissime», e invece ha fatto di tutto per «arrivare nel posto giusto al momento giusto». Quel posto era la Spagna, quel momento la Guerra civile, e Gerda seppe stare anche dalla parte giusta. «C'era andata e ci era rimasta»: a ventisette anni, sotto i cingoli di un carro armato. Di lì comincia un puzzle di testimonianze che, per decenni in giro per il mondo, ruota attorno alla sua assenza. E a quei documenti, quelle tracce di luce che nel mondo lei ha lasciato: le sue foto.

Forse La ragazza con la Leica non è il libro più riuscito di Helena Janeczek, ma non importa. Importa che un'istituzione in passato non irreprensibile, il Premio Strega, nelle sue ultime edizioni abbia segnalato almeno cinque scrittori veri, capaci di scrivere libri fotografabilissimi. Che quella fra loro che è una donna abbia scritto di una donna, e che quella donna fosse stata una donna capace di fotografarci, ha tutta l'aria di una chiusura del cerchio.

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