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Oltre il Coronavirus: la ragione contro il contagio della paura

Notizie e dati si susseguono, ci intimoriscono ma, dalla nostra parte, ci sono la medicina, il senso dello stare insieme e le righe di Manzoni su «quell’acqua che portava via il contagio»

di Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi

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(ANSA)

Notizie e dati si susseguono, ci intimoriscono ma, dalla nostra parte, ci sono la medicina, il senso dello stare insieme e le righe di Manzoni su «quell’acqua che portava via il contagio»


5' di lettura

La paura del contagio e il contagio della paura. Ogni epidemia ne porta sempre con sé un’altra. È Tucidide, nel quinto secolo a.C., il primo a soffermarsi sull’irrazionalità delle paure scatenate dal morbo: a fronte di una peste devastante nella città di Atene, gli spartani vennero accusati di aver avvelenato i pozzi del Pireo. Molti secoli dopo, Alessandro Manzoni descrive i processi sommari contro i presunti untori, la folla impazzita a Milano che lincia uno straniero solo per aver toccato il muro del Duomo.

Nelle ultime settimane si sono moltiplicati gli episodi di sinofobia: “vietato entrare” fuori dai bar, video denigratori diffusi sui social, insulti sugli autobus, titoli che parlano di “pericolo giallo”. Alla base di queste angosce collettive abitano angosce private e primitive difficili da portare alla luce e radicate in dinamiche prementali tipo “mors tua vita mea” o in dinamiche sociali semplificate tipo “ingroup vs outgroup”. Ovvero sentimenti positivi e trattamenti speciali per il proprio gruppo e sentimenti negativi e trattamenti punitivi per il gruppo altrui.

Insomma come spesso accade quando la paura ci governa, il coronavirus mostra, direbbe Jung, la nostra Ombra.

Fragilità interiore e minaccia esterna
«Soffrivo della peste molto prima di conoscere questa città e questa malattia», dice Tarrou, uno dei protagonisti del capolavoro di Albert Camus. La fragilità interiore assume il nome della minaccia esterna e viene così proiettata, quasi sputata fuori su oggetti sentiti come minacciosi altro da sé.

La paura dell’epidemia che viene da lontano (nel Decameron di Boccaccio si parla della malattia distruttrice del vivere comune come di una piaga «nelle parti orientali incominciata») dà forma a un “nemico” estremamente minaccioso che viene da troppo vicino, noi stessi. Era già successo con l’HIV, ma lì c’era di mezzo la sessualità. Qui è il respiro. Come scrive la psicoanalista Anna Ferruta (sul sito del Centro Milanese di Psicoanalisi), il Covid-19 ci costringe a far dei conti collettivi con la fragilità una volta tanto non delegata ai “soliti” ultimi - i poveri, i migranti, i malati.

Da un giorno all'altro la fragilità è arrivata tra noi onnipotenti. Fragilità che è anche un valore: chi non lo pensa si legga Eugenio Borgna (“La fragilità che è in noi”, Einaudi, 2014). Ma bisogna saperlo, di essere fragili. Altrimenti si è solo spaventati e si assaltano i supermercati per accumulare viveri (e magari fino a ieri si guardavano con disprezzo i “morti di fame” che dormono per strada o arrivano coi barconi).

Il ragionamento sostegno alle paure
Come ci si può lavorare? Sicuramente dando alle nostre paure il sostegno del ragionamento. Anche di quello matematico (come ha scritto Paolo Giordano nell’articolo “Coronavirus, la matematica del contagio che ci aiuta a ragionare in mezzo al caos”, ).

Per esempio, è fondamentale mettere a fuoco che l’aumento di casi in Italia non ha le caratteristiche della pandemia né dell’epidemia. Come spiega l’Istituto Superiore di Sanità il termine esatto è “focolai epidemici”. Inoltre è probabile che i nostri numeri, così alti rispetto agli altri Paesi europei, dipendano da uno screening più accurato. Come sottolinea tra gli altri Emanuele Capobianco, direttore salute di Croce Rossa Internazionale, sappiamo che nell’80% dei casi il “terribile” Coronavirus causa sintomi lievi, che non richiedono ospedalizzazione.

Allo stesso tempo però, come hanno ampiamente spiegato Roberto Burioni e gli esperti della fondazione Veronesi, è sbagliato sminuire il pericolo e liquidarlo a «poco più di un’influenza». I rischi ci sono e vanno assunti con responsabilità. Verso di sé e verso gli altri.

Per una volta la politica (escluse le esternazioni roboanti e propagandistiche dei soliti noti e la mascherata delle mascherine a Montecitorio) sembra rispondere in modo congruo anche a costo di provvedimenti impopolari (e certamente gravosi sul piano economico). Al contrario, molti giornali, in virtù dello stesso interesse economico, non si sono risparmiati: morbo e morte sbattuti in prima pagina, titoli apocalittici e ricostruzioni imprecise.

In questi giorni e nei prossimi vivremo in balia dello spaesamento. Il nostro futuro (anche piccole azioni come programmare un viaggio o andare a un concerto) è stranamente incerto. Ci richiede momenti di sosta e di sintonizzazione con la fragilità. Abbiamo bisogno di lucidità e competenza, di parole ragionate da appoggiare sia sui tormenti delle nostre preoccupazioni sia sulla fretta della nostra superficialità magari complottista (tipo «ci stanno tutti prendendo in giro»).

Il senso di essere comunità
Insomma c’è bisogno di un senso della comunità, quella interiore e quella sociale. L’abbiamo trovato in una bella lettera (eccola sul sito de Il Sole24Ore) del Preside del Liceo Volta di Milano rivolta ai suoi studenti. Noi vi citiamo la parte finale: «Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro ... Uno dei rischi più grandi in vicende del genere … è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è guardare a ogni nostro simile come a una minaccia, come a un potenziale aggressore. Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero».

Aspettando la pioggia manzoniana
Intanto ci auguriamo che arrivi presto, metaforicamente, la proverbiale pioggia manzoniana, quella che lava via il contagio e la paura del contagio. Al di là di improbabili parallelisimi, la citiamo per concedere al lettore il ristoro della scrittura magnifica del nostro Don Lisander (così i milanesi erano soliti chiamare Alessandro Manzoni): «Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto e preso a diritta, per ritrovar la viottola di dov’era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie. Renzo, in vece d’inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel susurrìo, in quel brulichìo dell’erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s’era fatto nel suo destino.
Ma quanto più schietto e intero sarebbe stato questo sentimento, se Renzo avesse potuto indovinare quel che si vide pochi giorni dopo: che quell’acqua portava via il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto, se non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva, almeno non n’avrebbe più ingoiati altri; che, tra una settimana, si vedrebbero riaperti usci e botteghe, non si parlerebbe quasi più che di quarantina; e della peste non rimarrebbe se non qualche resticciolo qua e là; quello strascico che un tal flagello lasciava sempre dietro a sé per qualche tempo».

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