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La Rai: che cos’è e che cosa dovrebbe essere dopo la multa dell’Agcom

L’Agcom ha irrogato all’emittente pubblica una sanzione di un milione e mezzo per aver dato poco spazio al M5S, per carenza di contraddittorio e per la qualità della programmazione

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

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L’Agcom ha irrogato all’emittente pubblica una sanzione di un milione e mezzo per aver dato poco spazio al M5S, per carenza di contraddittorio e per la qualità della programmazione


4' di lettura

Che cosa è la Rai e che cosa dovrebbe essere. Questo è il lascito più importante del provvedimento dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni che ha irrogato all’emittente pubblica una sanzione di un milione e mezzo e le ha imposto di adottare misure significative per contrastare il ripetersi delle infrazioni.

Nel lungo provvedimento pubblicato nei giorni scorsi (delibera Agcom n. 69/20/CONS), non vi è solo un puntuale elenco di violazioni delle regole imposte da leggi, convenzione e contratto di servizio. Vi è anche una vera e propria lezione sui principi che debbono guidare il servizio pubblico e sulle ragioni che possono giustificare la sopravvivenza di un “relitto del Novecento” nell’età digitale.

Ma andiamo con ordine: l’Autorità ha, per legge (art. 48 Dlgs. n. 177 del 2005), il compito di verificare che la Rai adempia ai propri obblighi di servizio pubblico rispettando i principi di pluralismo, obiettività, completezza, imparzialità e indipendenza. Tali obblighi incombono solo sulla Rai, circostanza che spegne sul nascere la critica per cui analoghe sanzioni non siano state imposte ad altre emittenti private, certo più partigiane.

Per questo, l’Agcom ha esaminato in modo scrupoloso molti mesi di programmazione, rilevando numerose violazioni dei principi e delle regole che connotano il servizio pubblico.

Una prima critica si fonda su dati quantitativi. L’Agcom rileva «una costante, reiterata e sistematica sotto-rappresentazione della prima forza politica presente in Parlamento», il Movimento Cinque Stelle, al quale viene riservato nei notiziari circa il 20% del totale del tempo di parola dei soggetti politici, nonostante abbia quasi il 33% della rappresentanza parlamentare; inoltre, l’Autorità evidenzia la «presenza assai ridotta, in taluni casi nulla, di minoranze politiche» di forze politiche quali Più Europa, la Federazione dei Verdi, il Partito Radicale o Radicali Italiani.

A noi pare che il black-out informativo a danno di partiti con una storia antica e significativa sia certamente in conflitto con l’obbligo di “apertura alle diverse formazioni politiche e sociali” previsto nel contratto di servizio. Più difficile ritenere che debba sussistere una corrispondenza esatta tra percentuale di voti e percentuale di minuti di parola, specie per i gruppi maggiori, che comunque hanno una vasta copertura del loro operato.

Un secondo profilo problematico evidenziato dall’Agcom riguarda la carenza di un adeguato contraddittorio, di un vero e proprio dialogo tra posizioni contrastanti. Tale rilievo appare del tutto condivisibile. Emerge, infatti, la quasi totale assenza di confronti diretti tra i competitori politici, sostituiti da monologhi o al massimo da interlocuzioni con giornalisti. Di qui la distorsione del principio del pluralismo in «plurality of partiality», ovvero nella distribuzione degli spazi tra una pluralità di voci partigiane.

Il terzo profilo è il più delicato, perché investe la “qualità” della programmazione Rai e il rapporto tra libertà editoriale e compiti di servizio pubblico. L’Agcom riscontra in un numero assai considerevole di editoriali, servizi e interviste violazioni agli obblighi di imparzialità e pluralismo o di rispetto della dignità della persona. Si tratta invero di episodi molto diversi. In taluni casi, sembrano incidenti di percorso, come quando Mauro Corona invita a mettere i risparmi sotto al materasso, prontamente redarguito dalla conduttrice con cui duetta settimanalmente e in queste occasioni le maglie dell’Autorità sembrano troppo strette.

Emerge, tuttavia, un vero e proprio “caso TG2”, testata responsabile di buona parte delle violazioni, quasi tutte a causa di una rappresentazione della realtà filtrata dall’ideologia della destra sovranista, dall’immigrazione ai mini-bot, dall’ostilità a Macron all’insistenza sul fallimento del modello di integrazione svedese. E qui si fa fatica a non pensare che i requisiti di obiettività e imparzialità siano stati sacrificati sull’altare di un indirizzo politico-editoriale.

Né paiono giustificati i timori di chi legge nel provvedimento un’invasione nelle scelte imprenditoriali di una società per azioni o nella libertà dei giornalisti.

L’Agcom ha ragione a ritenere che «la libertà organizzativa ed editoriale della concessionaria deve coniugarsi con una specifica responsabilità sulla qualità e il rigore del servizio pubblico»

L’Agcom ha, a nostro avviso, ragione a ritenere che «la libertà organizzativa ed editoriale della concessionaria deve coniugarsi con una specifica responsabilità sulla qualità e il rigore del servizio pubblico». In parole semplici, la Rai è per legge diversa dagli altri operatori, esercita una funzione pubblica e dunque è soggetta a principi e obblighi differenti. Pluralismo, imparzialità, indipendenza dai poteri politici ed economici non costituiscono limiti alla libertà di impresa ma l’essenza stessa di ogni servizio pubblico che voglia porsi come istituzione credibile e neutrale in un mercato dove sembra da qualche tempo prevalere la polarizzazione dell’informazione.

Dunque, il provvedimento Agcom è certo un atto d’accusa sulla Rai di oggi ma anche una dimostrazione della centralità che un buon servizio pubblico può avere nell’età dei social network. Ancora una volta, la responsabilità è nelle mani del Parlamento, che si è impegnato con la fiducia al Governo ad approvare una «riforma del sistema radiotelevisivo improntata alla tutela dell'indipendenza e del pluralismo». Ottime intenzioni, a cui sinora non si è dato corso. Certo è che senza alcuna revisione del sistema di governance della Rai, la prossima Autorità si ritroverà a dover sanzionare nuovi casi nei quali le fedeltà politiche prevarranno sull'autonomia editoriale. A meno che anche l’Agcom, ormai prossima al rinnovo, sia formata secondo strette logiche di appartenenza partitica, ma questa è un’altra storia.

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