IL voto dell’europarlamento

La realpolitik di Weber: sanzioni all’Ungheria senza rompere con Orban

di Alberto Magnani


L'Europarlamento vota contro l'Ungheria di Orban

4' di lettura

Manfred Weber torna alla carica su Viktor Orbán. Il capogruppo del Partito popolare, candidato al vertice della Commissione per il dopo-Juncker, sta incalzando i leader europei perché «diano seguito» all’articolo 7, la procedura di indagini ed eventuali sanzioni attivata con il voto dell’Europarlamento dello scorso mercoledì. L’occasione per discuterne sarebbe domani, quando i capi di Stato e di governo Ue si troveranno a Salisburgo (Austria) per un meeting informale sulle questioni di migranti e Brexit. Fra gli ospiti lo stesso Orbán, al suo primo faccia a faccia con i colleghi Ue dopo che l’Eurocamera ha approvato con 488 sì una risoluzione dove si accusa l’Ungheria di «violazione dei valori fondanti» della Ue.

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Il pressing di Weber sui colleghi di partito del Ppe, a partire dal cancelliere austriaco Sebastian Kurz, conferma la linea adottata nei confronti del leader magiaro e, fra le righe, sul posizionamento dei Popolari rispetto al «blocco Visegrad». O meglio, della sua scelta di posizionamento: il gruppo è diviso quasi a metà fra chi sposa la linea di Weber e una corposa minoranza in difesa di Orban e del suo partito, Fidesz, membro dal 2000 del gruppo dei Popolari. Questa sera i principali esponenti del Ppe europeo, da Angela Merkel ad Antonio Tajani e Orbán, si ritroveranno a Salisburgo per una cena preliminare rispetto all’incontro di domani.

Cosa prevede l’articolo 7 e cosa si deciderà a Salisburgo
L’articolo 7 del Trattato sulla Ue, attivato dall’Eurocamera con il voto dello scorso mercoledì alla «risoluzione Sargentini», è una procedura che consente al Consiglio dei ministri di avviare indagini e sanzionare i paesi che infrangono i principi del progetto europeo. Entrambe le ipotesi sono vincolate, però, a un certo grado di consenso interno all’istituzione: il Consiglio può avviare accertamenti sull’accusa con almeno i quattro quinti dei voti a favore, mentre le sanzioni (come il blocco del diritto di voto del paese incriminato) scattano solo quando si raggiunge l’umanimità. In realtà è improbabile che l’argomento sbarchi davvero al summit di domani, già monopolizzato dal doppio dossier dei migranti e i negoziati per il divorzio tra Londra e la Ue. Quello di Weber suona più che altro come un richiamo alla linea dettata al suo partito, ribadendo lo stesso principio espresso in vista del voto delle plenaria: nessuna preclusione a Orbán in quanto tale, ma lo Stato di diritto e le architravi fondanti della Ue non si mettono in discussione.

Ppe diviso
Un messaggio accolto da tanti, ma non tutti, fra le file del Ppe. Secondo un report di Political capital, un istituto di ricerca ungherese, gli europarlamentari popolari si sono divisi in occasione del voto per l’attivazione dell’articolo 7 fra 115 voti favorevoli (il 58%), 57 contrari e 28 astensioni (oltre il 40%). Weber ha incassato endorsement di rilievo come quello del cancelliere austriaco Sebastian Kurz, padrone di casa al vertice di domani. Ma deve anche misurarsi con il malcontento di fronde interne al suo partito, contrarie alle sanzioni a Orbán e convinte che sarebbe una «follia» isolare Fidesz dalla coalizione centrodestra. Fra i no più netti alla risoluzione contro Orbán, e alle sanzioni che ne dovrebberoi seguire, c’è stato anche quello di Forza Italia. Antonio Tajani, il presidente dell’Europarlamento, ha dichiarato la sua astensione ma si è affrettato a spiegare la linea del partito: «Non c’erano i requisti per le sanzioni», ha detto, anticipando la posizione degli azzurri in vista della “fase due” dell’articolo 7 in Consiglio.

Il Partito popolare regge. La realpolitik di Weber
Raggiunto dal Sole 24 Ore, un portavoce del Ppe smentisce comuque le voci di una spaccatura in seno al Ppe. È vero che il voto sull’Ungheria ha creato frizioni fra «sensibilità diverse», con divisioni interne anche alle delegazioni nazionali. Ma gli spettri di una rottura a causa di Orbán sono tenuti a bada da un dato di fatto: nessuno ha parlato di estromettere Fidesz dai Popolari, né Fidesz si è mostrata interessata a traslocare in un’altra famiglia politica. C’è chi fa notare, anzi, che l’improvvisa «virata anti-Orbán» di Weber potrebbe essere letta come una tattica per uscire indenne da un voto scivoloso. Weber è riuscito, al tempo stesso, a sposare la linea della maggioranza del Ppe (favorevole alle sanzioni all’Ungheria) senza compromettere i suoi rapporti con il leader ungherese (spiegando a più riprese che si è trattato di un voto «nel merito», peraltro sui temi di libertà di istruzione e rapporti con le Ong).

D’altronde lo stesso leader ungherese ha ostentato una certa indifferenza per il voto dell’Eurocamera, sapendo di contare su appoggi decisivi in Consiglio Ue per arrestare le conseguenze più dannose dell’articolo 7: basterebbe la sola Polonia, che si è già detta a fianco di Budapest, per bloccare il voto all’unanimità sulle sanzioni. Nel frattempo Weber può restare ancorato alla sua posizione, anche se (o forse, visto che) è difficile che sortisca qualche effetto contro Orbán.

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