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La realtà concreta della Pasqua al tempo del virus e delle mascherine

Quest'anno la Pasqua è fatta davvero di una realtà, concreta come non mai, di morte e di attesa di resurrezione

di Vittorio Pelligra

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(ANSA)

Quest'anno la Pasqua è fatta davvero di una realtà, concreta come non mai, di morte e di attesa di resurrezione


8' di lettura

L'epidemia ha operato nelle nostre comunità un'azione di profonda sintesi, attraverso l'accostamento dell'elemento della distanza fisica con quello della vicinanza umana, accentuata da una chiara comunanza di destino. In questo movimento di allontanamento e di riavvicinamento scorgiamo nient'altro che l'ambivalenza fondativa della modernità, forse la più profonda e misteriosa, che pure tutti ci riguarda e che scaturisce dalla contrapposizione tra le categorie della “communitas” e dell'”immunitas”.

Il “contagio della relazione”, per usare l'espressione cristallina di Roberto Esposito, germe da cui nasce il progetto politico e sociale della modernità occidentale, è diventato oggi una realtà di evidenza quotidiana, un vissuto trasparente all'esperienza comune, una minaccia concreta come mai avremmo potuto immaginare. Questa opposizione, allora, guadagna in questo tempo, nella tragedia che stiamo vivendo, una componente di realtà inedita, così ingombrante da rendere urgente una riflessione che possa gettare un po' di luce sulla sua natura ma, soprattutto sul suo, e quindi nostro, destino.

Un dono che obbliga al controdono
La comunità, il “cum-munus” trova il suo fondamento nella natura obbligativa del dono. “Munus” e non “donum”, proprio a sottolineare attraverso la radice “mei-“, l'insita natura prescrittiva del dono che diventa vincolo e legame. Un dono che obbliga al controdono. Come ci ha insegnato Marcel Mauss, questo genere di dono precede logicamente e, in qualche modo, fonda la pratica dello scambio. Il dono qui, svela semplicemente il dovere di una restituzione, il debito contratto, il tributo non volontario che la relazione con l'altro ci necessita ad accettare. Ecco allora che la relazione con gli altri e la comunità stessa nasce e si caratterizza su di un vuoto, non su una proprietà comune che ci caratterizza, che possediamo assieme agli altri e che ci rende simili, ma, piuttosto, su una sottrazione che, invece, ci priva di quella stessa qualità definitoria rendendoci debitori. Ci uniamo perché siamo debitori gli uni nei confronti degli altri.

E' intuibile, quindi, perché la diade su cui concentrare una riflessione accorta sulla categoria della vita in comune non debba essere tanto quella formata dall'opposizione pubblico-privato, ma piuttosto quella definita dal contrasto tra comune e immune.

Non è, in altri termini, tanto necessario cogliere la differenza tra ciò che è mio e ciò che è di tutti, per comprendere il legame che ci unisce e che ci tiene insieme come comunità, ma piuttosto la differenza che corre tra l'essere obbligato al “munus” ed essere immune da tale obbligo, esentato, dispensato dal dovere di restituzione. Il progetto di tutta la modernità politica ed economica, con Hobbes e Smith, si può leggere come un progetto di immunizzazione dal “contagio della relazione”. Poter godere dei benefici della vita associata, privi, però, di ogni debito di restituzione nei confronti degli altri. Hobbes pone questo tema al centro stesso della sua antropologia: ciò che rende gli uomini simili l'uno all'altro non è nient'altro, infatti, che la loro “comune uccidibilità”. Nessuno è tanto più debole dell'altro da rendergli impossibile, con l'astuzia o con l'inganno, l'eventuale uccisione dell'altro.

La lezione di Hobbes
Questo è il presupposto su cui si fondano “metus et spes”, la paura e la speranza. La paura dell'uomo, homini lupus, e la speranza per un ordine politico emergente e capace di rimettere i nostri debiti e così di “imbrigliare l'ambizione, l'avarizia, l'ira, e le altre passioni degli uomini”. Nel frontespizio della prima edizione del Leviatano è nascosto in piena luce il segreto di questa speranza. Il corpo del gigante sorge da dietro le colline con nelle mani, a sinistra, il simbolo dell'autorità, il bastone pastorale, e nella destra, quello della forza, la spada, ad indicare il monopolio nell'uso del potere coercitivo. Rivelatrice è la conformazione del corpo del Leviatano. Esso, infatti, è formato dai piccoli corpi dei cittadini, di coloro che con l'autolimitazione della libertà, scelgono di attribuire al gigante autorità e forza.

Questi cittadini sono uno a fianco all'altro, ma nella loro vicinanza sono lontanissimi. Nessuno si tocca per davvero. Nessuno sguardo si incrocia. Tutti sono rivolti verso il gigante e quegli sguardi tutti rivolti verso l'altro non stanno solo a significare consenso, dipendenza e attenzione ai suoi comandi, ma anche distanza, lontananza e indipendenza gli uni dagli altri. Rottura di ogni contatto orizzontale. Il rischio della relazione, la comune uccidibilità, viene sterilizzato – ancora un termine virologico - attraverso una immunizzazione che prevede nuove relazioni interumane, nuove, perché mediate ora, dall'azione e dall'”imperium” del potere costituito.

Non più, dunque, relazioni orizzontali tra pari, ma l'incontro con l'altro avviene per il tramite della legge, in un movimento verticale di salita e discesa verso e dal mediatore. Non più lo stato di natura nel quale si viveva in uno stato di paura, ma la paura dello Stato, il cui compito, ora, non è tanto quello di eliminare il timore, ma, piuttosto, di renderlo certo.

La spada e il pastorale. Era già così, per molti versi, nelle tradizioni monoteiste, dove le relazioni tra pari vengono mediate dal Sacro, dove la fiducia reciproca viene garantita dalla fede nello stesso Dio. Gli infedeli sono, prima di tutto, infatti, coloro che non sono degni di fede, gli inaffidabili, proprio perché posti al di fuori del processo di mediazione garantito dal Dio comune. Sono cosi inaffidabili, gli infedeli, che la loro testimonianza non può essere ritenuta valida in un tribunale. Nella tradizione patristica sono, questi, i seguaci di Caino, il senza nome, prototipo dell'infame, cioè, dell'innominabile. E', dunque, lo sguardo rivolto al comune mediatore, “Deus mortalis” o “immortalis”, secolare o sacrale, che rende possibile una relazione immunizzata dal rischio del contagio. Una relazione-non-relazione.

La lezione del mercato
Un movimento simile, nella sfera economica, lo si osserva con la nascita del mercato. Con le sue prime istituzioni, la lettera di credito e più in generale lo “ius mercatorum”. Quest'ultimo altro non è che il corpus giuridico emerso all'interno della classe di pari per la regolazione delle relazioni di scambio, intrinsecamente esposte al rischio di tradimento e all'opportunismo.

Nei comuni, il cum-munus, è l'essenza stessa, la ragione ultima della convivenza e, allo stesso tempo, viene esorcizzato attraverso la legge e il meccanismo del prezzo. E' di quest'ultimo, infatti, la funzione di sterilizzare l'obbligo nascente dal munus, cui si affianca rapidamente lo strumento del contratto che è, infatti, primariamente, ciò che non è dono.
Da una parte il potere politico, dunque, e dall'altra la logica mercatile, costituiscono le istituzioni immunizzanti che caratterizzeranno giungendo fino a noi il progetto della modernità occidentale. Un progetto che porta alla sua radice il rischio del “cum-munus” e sfocia nella più radicale rinuncia al “cum”, a ciò che è, in definitiva, più propriamente umano e, cioè, la relazione. Un progetto che – ancora nelle parole di Roberto Esposito – “Vive nella e della rinuncia a convivere”. Un progetto che, oggi come non mai, si rivela però illusorio. Nel contagio pandemico non bastano più né Stato né mercato a proteggerci dal rischio della relazione. Che ne sarà dunque, domani, della promessa della modernità, visto che oggi il suo progetto immunitario sembra essere, nei fatti, profondamente in crisi?

Cosa succederà dopo l’isolamento?
Un ritorno russoviano all'isolamento pre-sociale? Una soluzione alla questione della socialità che la neghi e la dissolva? Che risolva il conflitto solo grazie alla lontananza ricercata e alla rarità degli incontri? “Aspiro al momento in cui, liberato dagli impacci (…) non avrò bisogno che di me per essere felice”, ci confida Rousseau nell'Emilio. Non è difficile scorgere in questa aspirazione isolazionista una possibile via di sublimazione della tragedia epidemica di questi tempi. E', forse, il suo rischio più grande. L'abituazione all'a-socialità. Questa, d'altro canto, rappresenterebbe anch'essa una involuzione di pensiero, anzi una mossa che spegnerebbe il pensiero stesso, perché, come prontamente fa risaltare Kant, è lo stesso Rousseau a porre la comunità quale luogo in cui il pensiero si sviluppa; sua precondizione e ambito naturale.

Qui il cambiamento, per essere efficace, deve implicare una rottura radicale. Ce lo ricorda Annette Baier, per esempio, quando cogliendo appieno i tratti psicologici della questione, più che quelli filosofici, nota come i filosofi morali si siano accostati alla categoria della relazione elaborando, nei secoli, una sorta di fissazione tutta maschile sul concetto di “contratto”. Secondo la critica femminista della Baier la maggior parte dei filosofi morali erano “gay, chierici, misogini e puritani bacchettoni”, magari non nei fatti, ma certamente nello spirito.

Non dovrebbe sorprendere più di tanto, quindi, il fatto che abbiano scelto di rivolgere la loro attenzione esclusivamente verso ideali di “relazioni fredde e distanti, come quelle che potrebbero sussistere tra estranei, adulti e uguali tra loro. Relazioni tipiche, per esempio, degli appartenenti ad un club esclusivamente maschile”. Per questo, continua la Baier, si è storicamente sottovalutato il ruolo delle “reti di legami fiduciari che pure connettono la maggior parte degli agenti morali tra loro”.

La vita comune di Todorov
L'essere umano non nasce in conseguenza di una lotta (regolata da contratto), ma piuttosto in conseguenza di un amore, ci ricorda Tzevan Todorov nella sua “La vita Comune”. E il primo atto specificamente umano, dopo la nascita, è la ricerca, da parte del bambino, dello sguardo della madre. Uno sguardo che costituisce e conferma l'essere venuto al mondo, una risposta necessaria al fondamentale bisogno di riconoscimento che ognuno di noi porta nel suo profondo. In questo simbolo della nascita, forse, possiamo trovare qualche suggestione utile a comprendere il percorso verso il superamento dell'opposizione communitas-immunitas che le straordinarie circostanze dell'oggi, ci sollecitano. Verso un tentativo di risposta alla domanda “cosa terrà unite comunità di non-immuni, di suscettibili al contagio, nonostante il rischio nuovo e concreto dell'altro”? Quello sguardo materno, d'amore e di cura è l'immagine e la via per il passaggio dal “munus” al “donum”. Da un dono che lega a un dono che libera e che ci conduce dal vincolo dello scambio di equivalenti alla libertà del gratuito.

Viviamo insieme ma distanti. Siamo ancora comunità in cerca di una nuova immunità. Relazioni che rifuggono il corpo, il contatto. In un tempo di Pasqua nel quale il ruolo centrale di quel corpo, crocefisso e martoriato, quasi svanisce, per vivere solamente e più sinceramente nell'esperienza universale della distanza, della rottura, perfino dell'abbandono. L'abbandono del Padre, di cui sulla croce, il Cristo fa un'esperienza dai contorni indicibili. Il suo “Elì, Elì, lemà sabactàni?” (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato, Mt 27,46) è simbolo potente della fecondità insita nel dono della vita. Un dono che arriva fino all'abban-dono, che ci costituisce in un “uno” sociale, in una comunità di persone capaci di dare gratuitamente e di non chiedere nulla in cambio.

Quest'anno la Pasqua è fatta davvero di una realtà, concreta come non mai, di morte e di attesa di resurrezione. Quell'immagine di un dio appeso ad una croce, con tutta la crudezza del Grünewald di Basilea, ci dice di una piaga da risanare, di un distacco da colmare, di un abbandono da consolare e di una separazione da rinsaldare. Di una realtà che, per molti versi, oggi sperimentiamo concretamente intorno a noi: i nostri cari, i nostri vicini, le storie, i luoghi e le città ferite. Dal paradosso di quella croce, forse, credenti e non credenti, possiamo trovare un senso differente al nostro essere comunità umana.

Un essere che ci faccia andare oltre la paura e il desiderio di immunizzazione. Gli occhi di tanti medici e infermieri, volontari e lavoratori che, nonostante dietro le mascherine e le schermature, non rinunciano al contatto col malato o con la minaccia di cui l'altro è portatore, perché solo con quel contatto, potenzialmente contaminante, potremmo sperare di immunizzarci davvero e cioè di diventare più forti e resistenti al male. Ma l'immunità, si sa, è questione collettiva. Non ci si salva da soli. Per questo quei gesti di apertura, accoglienza e conforto, non possono riguardare pochi, ma devono diventare comuni. Già oggi, la cifra del nostro “dopo”, del futuro dei nostri figli. Buona Pasqua.

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