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La reazione dell’industria salvagente per l’Italia

di Stefano Manzocchi

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3' di lettura

Manifattura in trincea e vero salvagente del Paese, più affanno nei servizi: questo in estrema sintesi il messaggio principale del Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi presentato ieri. Giunta alla quinta edizione, la ricerca fotografa la struttura dei comparti economici in un tornante particolare, all’uscita dalla doppia profonda crisi del 2008-2013 e nel primo anno di ripresa (2014) e illustra come le trasformazioni del tessuto produttivo italiano si siano riflesse negli andamenti congiunturali.

Colpita dalla seconda recessione, l’industria italiana ha proseguito il duro processo di selezione e di progressivo, parziale risanamento che ha dato i suoi frutti per le aziende che sono rimaste sul mercato. Tra il 2011 e il 2014 il sistema produttivo nel suo complesso ha perduto il 5% circa della sua massa, ovvero 190mila imprese e 800mila addetti. Tra le aziende che sono rimaste attive, tuttavia, la fascia di imprese che il Rapporto definisce «in salute» (in termini di redditività e di solidità finanziaria) ha aumentato il proprio peso in termini di addetti e valore aggiunto, mentre quelle definite «fragili» e «a rischio» l’hanno diminuito. Nei servizi di mercato, però, le imprese cosiddette «fragili» hanno aumentato il peso in termini di addetti, mentre quelle «a rischio» del commercio hanno ampliato addirittura la quota sia di addetti sia di valore aggiunto.

Si è dunque assistito a una ulteriore ristrutturazione del tessuto manifatturiero italiano, mentre il recupero di efficienza e solidità nei comparti dei servizi è stato assai meno intenso.

Nonostante la congiuntura italiana sia stata trainata dell’export fino al 2015, mettere in ordine la casa sotto il profilo finanziario e gestionale non è bastato alle aziende italiane per completare un passaggio numericamente significativo in termini di qualità dei processi di internazionalizzazione: il 13% circa delle oltre 211mila unità produttive internazionalizzate (poco più di 27mila imprese) è transitato fino al 2014 verso tipologie più evolute.

Ma ben l’11% (circa 23.600 unita) ha fatto il percorso inverso verso forme meno complesse di internazionalizzazione. Nel complesso, quindi, pur se le imprese manifatturiere hanno ristabilito le condizioni per partecipare con modalità più efficaci alla globalizzazione, molte di esse si sono mostrate riluttanti a farlo. Ma c’è di più: come indica il Rapporto, anche tra aziende strutturalmente idonee a internazionalizzarsi molte hanno scelto di non farlo, mentre solo poche imprese hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo dei confini nazionali per presidiare i mercati esteri anche senza avere sempre tutte le carte in regola.

Le vere note dolenti arrivano tuttavia dal terziario. In termini di export dei servizi il nostro Paese fa peggio non solo di Germania e Francia, ma anche della Spagna, con una quota del 2% nel 2015 rispetto al 3,9 di un decennio prima. I tassi di crescita nell’ultimo biennio sono stati circa la metà degli altri tre Paesi, e il ritardo è particolarmente grave nell’export di servizi ad alto valore aggiunto e alta intensità di innovazione e conoscenza.

Dalla sezione che il Rapporto dedica alla produttività, si evince poi che la trasformazione strutturale nei servizi è nella migliore delle ipotesi incompiuta, nella peggiore ancora lontana dal cominciare. Tra il 2011 e il 2014, la produttività̀ totale dei fattori nell’industria è aumentata in media del 2,8%, nel terziario è diminuita dell’1,7%, ampliando il divario osservabile nel 2011 (pari a 5 punti percentuali). Nel comparto industriale l’aumento è stato diffuso: ha coinvolto venti comparti su trenta; non così nei servizi, dove i cali sono stati frequenti.

In conclusione, il Rapporto suggerisce un’interpretazione molto diversa per la carenza di investimenti che ha contraddistinto la prima fase della ripresa italiana. Per la manifattura, si trattava di ricostituire prima le fondamenta gestionali e finanziarie delle aziende, per rilanciare poi gli investimenti privati che si sono materializzati nel 2016 in attesa che anche gli investimenti pubblici recuperino valori consoni a un Paese avanzato.

Per il terziario, i ritardi e i pasticci nei processi di liberalizzazione (vedere alla voce Legge per la concorrenza), associati alla frammentazione e scarsa propensione all’innovazione in molti comparti, sono zavorre che riducono l’efficienza e la produttività. Questo penalizza non solo i consumatori ma anche le imprese manifatturiere che - loro sì - la concorrenza la incontrano ogni giorno sul mercato nazionale e su quelli globali.

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