le proteste in bielorussia

La resa di Svetlana Tikhanovskaya:«Non sono forte come credevo»

Le autorità, che hanno in mano il marito della candidata dell’opposizione, avrebbero fatto pressione su di lei per costringerla a lasciare il Paese

di Antonella Scott

Bielorussia, Svetlana Tikhanovskaya spiega perché è in Lituania

Le autorità, che hanno in mano il marito della candidata dell’opposizione, avrebbero fatto pressione su di lei per costringerla a lasciare il Paese


4' di lettura

Non ce l’ha fatta a continuare, ce la faranno senza di lei? Svetlana Tikhanovskaya, la candidata dell’opposizione bielorussa che domenica scorsa ha sfidato il presidente Aleksandr Lukashenko, e che secondo diversi osservatori avrebbe ottenuto la maggioranza dei consensi contrariamente a quanto affermato dai risultati ufficiali, ha lasciato il Paese. E dalla Lituania, dove ha raggiunto i propri figli, ha trasmesso su YouTube un video in cui, sull’orlo delle lacrime, cerca di spiegare: «Dio vi risparmi la scelta che ho dovuto fare. So che molti mi capiranno, molti mi giudicheranno, molti mi odieranno. Pensavo che questa campagna mi avesse indurita, mi avesse dato la forza di sopportare qualunque cosa. Ma forse sono soltanto quella donna debole che ero all’inizio».

Quella che ai primi raduni elettorali era apparsa imbarazzata, poco abituata a parlare, ma che poi a poco a poco era sembrata prendere coraggio: «Non ho più paura», diceva pensando al marito Serghei, un popolare blogger che aveva tentato di candidarsi contro Lukashenko, ma che era stato fermato con accuse fabbricate e rinchiuso in carcere. Svetlana aveva preso il suo posto.

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Repressioni sempre più violente

Lunedì, il giorno dopo il voto, si era detta convinta di essere la vera vincitrice. Ma poi, per la seconda notte consecutiva Lukashenko ha mandato polizia antisommossa e forze speciali contro i manifestanti che denunciano l’illegittimità delle elezioni. Uno di loro è morto mentre cercava di lanciare un ordigno esplosivo contro gli agenti: nella notte di lunedì proteste e repressione si sono fatte più dure, documentate dai video che riescono a uscire dal Paese malgrado il blocco di internet e il mancato accreditamento di giornalisti stranieri. Barricate e bottiglie Molotov da una parte; pestaggi violenti su gente a terra, lacrimogeni, granate stordenti e proiettili di gomma dall’altra, ma ormai anche proiettili veri, con lo schieramento delle forze speciali, gli spetznaz. E altri 2.000 arresti, comunicano dal ministero degli Interni bielorusso. «Nessuna vita vale quello che sta accadendo, fate attenzione - implora Svetlana nel video -. I figli sono la cosa più importante della nostra vita».

Piano piano si chiariscono le circostanze della sua partenza, a cui Tikhanovskaya sarebbe stata costretta - secondo quanto dichiarato da Linas Linkevicius, ministro degli Esteri lituano - dopo essere rimasta in stato di fermo per sette ore, lunedì sera. Le hanno prospettato una scelta «non compatibile con la libertà», se non fosse partita, ha detto Linkevicius. Un’ipotesi è che accettando di lasciare il Paese abbia ottenuto la liberazione di Maria Moroz, responsabile della campagna elettorale, detenuta alla vigilia del voto. C’è un altro video: Svetlana seduta su un divano, mentre legge una dichiarazione probabilmente imposta: invita la gente ad accettare senza più proteste il risultato delle elezioni di domenica, l’80% dei consensi andati secondo il conteggio ufficiale a Lukashenko.

La protesta continua

Delle tre donne divenute il faro di un Paese determinato a far sentire la propria voce, in patria è rimasta solo Maria Kolesnikova, portavoce di un altro candidato rinchiuso in carcere, Viktor Babaryko. «La situazione ora è critica - confessa Olga Kovalkova, un’altra collaboratrice di Tikhanovskaya, al sito indipendente di notizie Tyt.by - ma per quanto le cose siano difficili per noi, dobbiamo rinunciare alla violenza e difendere la nostra vittoria per vie legali e non violente. Chiediamo alle forze democratiche e ai sostenitori del cambiamento di unirsi». Per oggi l’opposizione tenta anche la carta dello sciopero generale.

La comunità internazionale inizia a far sentire la propria voce, nella convinzione sempre più condivisa che il voto di domenica scorsa, come tutti quelli che l’hanno preceduto in Bielorussia da quando è al potere Lukashenko, dal 1994, non è stato né libero né corretto. Lo ha detto Mike Pompeo, che pure nel febbraio scorso era stato il primo segretario di Stato americano a far visita a Minsk dal 1994; mentre la Commissione europea - che nel 2016 aveva tolto le sanzioni contro l’«ultimo dittatore d’Europa» per incoraggiarne l’allontanamento da Mosca - ha messo sotto esame il rapporto con la Bielorussia «a causa degli incresciosi eventi legati alle elezioni presidenziali di domenica».

La presa di posizione Ue e i timori della Farnesina

Con una dichiarazione diffusa martedì sera, e approvata dai 27 Paesi membri, la Ue sottolinea che le elezioni di domenica scorsa «non sono state né libere né eque». Noi, affermano i 27, «procederemo a un esame approfondito delle relazioni con la Bielorussia. E si potrebbe, tra l'altro, adottare misure contro i responsabili delle violenze osservate, degli arresti ingiustificati e della falsificazione dei risultati». Da parte sua, il nostro ministero degli Esteri esprime in una nota “profonda preoccupazione per la compressione dei principali diritti civili e delle fondamentali libertà democratiche” in atto nel paese. Perciò “l'Italia invita le Autorità di Minsk ad avviare al più presto un dialogo con le opposizioni e a mettere in atto tutte le misure necessarie ad allentare le tensioni. Da parte italiana non si mancherà di offrire ogni utile sostegno ad una Bielorussia stabile e democratica”.

La spallata al regime

Il giorno prima di lasciare la Bielorussia, Tikhanovskaya aveva rivolto alle autorità l’invito a trovare una soluzione condivisa per realizzare un trasferimento pacifico del potere. Come ripeteva nei comizi, il suo programma era restare alla presidenza il tempo necessario a organizzare nuove elezioni libere per Parlamento e presidenza, insieme ai prigionieri politici che avrebbe fatto liberare. Dopo aver unito le forze con Maria Kolesnikova e Viktoria Tsepkalo, moglie di un altro aspirante candidato alla presidenza poi fuggito a Mosca, Tikhanovskaya intendeva porsi come l’ariete che avrebbe dato una spallata al regime. Poi si sarebbe fatta da parte.

Secondo Jörg Forbrig, responsabile per l’Europa centro-orientale al German Marshall Fund, la rivolta contro Lukashenko non si fermerà con l’uscita di scena di Svetlana. «Il governo - spiega Forbrig in un’intervista all’agenzia Bloomberg - spera di allentare la presssione, togliendo di mezzo una figura di opposizione così simbolica. Ma non sarà così, perché le proteste non sono guidate o organizzate» da Svetlana Tikhanovskaya.


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