Opinioni

La resilienza degli imprenditori per combattere le incertezze

di Valerio De Molli


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(Agf)

4' di lettura

Gennaio è il momento dei bilanci e degli obiettivi. Ed è il momento per la business community, di tirare le somme su quello che è successo nel 2019 e provare a capire quello che succederà nel 2020.

Cosa ci possiamo aspettare?

Sul fronte geopolitico vediamo tre elementi di incertezza. Il primo riguarda le elezioni americane: come potrà evolvere la dialettica politica e diplomatica del presidente Trump, già di suo altalenante, nei mesi pre-elettorali e con una procedura di impeachment in corso? Quali “guerre commerciali” si potranno scatenare?

Il secondo elemento di incertezza riguarda la Brexit. Dopo il successo elettorale di portata storica di Boris Johnson le probabilità di una hard Brexit sono sempre più alte. E poi cosa succederà? Cosa ne sarà di tutti i punti aperti (confine nordirlandese, volontà scozzese di restare in Europa, status degli emigrati europei nel Regno Unito, e altri ancora) che in questi tre anni non si è riusciti a dirimere?

Il terzo elemento di incertezza, che accompagnerà il 2020 ma anche gli anni a venire, riguarda la necessità di trasformare il nostro intero ecosistema produttivo per renderlo sempre più sostenibile e scongiurare la catastrofe climatica, non più uno spauracchio paventato da Greta Thunberg e da alcuni scienziati, ma un rischio concreto, tangibile e prossimo. Se ne è anche parlato a Madrid alla COP25, senza raggiungere alla benché minima soluzione condivisa per un problema che ha superato le dimensioni nazionali e avrebbe bisogno di un approccio comune per essere affrontato, invece che essere l’ennesimo terreno di scontri politici di corto respiro.

Il Green New Deal, inteso come cambiamento radicale della nostra società, non può limitarsi a un insieme di azioni isolate, di per sé tutte corrette, ma inefficaci se non inserite in una visione sistemica, che comprenda il mercato del lavoro, la formazione di nuove competenze e un indirizzamento della politica industriale.

Anche se caratterizzata da una profonda incertezza, tuttavia, la situazione non è tragica né pessimistica. The European House – Ambrosetti redige trimestralmente uno strumento economico e statistico per misurare il sentiment della business community italiana, basato su una survey ad hoc che somministriamo a oltre 350 imprenditori, amministratori delegati delle più rilevanti società italiane e multinazionali operanti in Italia. La rilevazione del quarto trimestre 2019 conferma il moderato ottimismo già espresso a settembre, con un valore che si attesta a +17,3 su una scala che va da -100, completo pessimismo, a +100, massimo ottimismo.

Risulta in calo l’ottimismo sulla situazione a 6 mesi, che si riduce da 17,1 punti a 11,7. Tuttavia, l’indicatore si mantiene ancora su livelli positivi: le stime di crescita del 2020 (+0,4% secondo la Commissione europea, +0,5% secondo il Fondo monetario internazionale), per quanto ci posizionino per il terzo anno consecutivo all’ultimo posto in Europa per crescita attesa, sono migliori di quanto vissuto nel 2019, anno chiuso con una crescita praticamente nulla.

Il nostro indicatore ha dimostrato nel tempo capacità previsionale e affidabilità statistica: la forbice di errore della stima del tasso trimestrale di crescita tendenziale a 6 mesi è pari a 0,1 punti percentuali. Secondo le nostre stime, il secondo trimestre 2020 potrebbe portare una leggera crescita tendenziale, pari a 0,2%.

I dati occupazionali mostrano invece un chiaroscuro. L’indicatore di sentiment passa sì da un asfittico 2,6 a un 13,5, ma resta inferiore alla fiducia registrata in tutti gli altri ambiti e rimane, occorre dirlo, a un livello assoluto particolarmente basso: 13,5 su 100 è poco. Questo chiaroscuro si osserva anche a livello macroeconomico: i dati mostrano come il tasso di occupazione sia in costante crescita (addirittura ai massimi storici dal 1977), ma anche che a questo non si accompagna un aumento delle ore lavorate. Il mercato del lavoro si sta sempre più frammentando, ricorrendo a forme di part time più o meno involontario e a posizioni che incidono solo marginalmente su incrementi di produttività e valore aggiunto, vulnus strutturali dell’economia italiana che, da decenni, non riusciamo ad affrontare.

Sostanzialmente stabili o in leggera riduzione anche le aspettative di investimento, strettamente collegate ai cicli politici e alla disciplina di bilancio a essi associati. Ad esempio, il passaggio da Industria 4.0 a Impresa 4.0 ha portato a un calo degli ordinativi di macchine utensili del 31,4% nel secondo trimestre dell’anno. L’assenza di un ciclo politico di ampio respiro e lunghi orizzonti rende fragili le fondamenta sulle quali le imprese si trovano a investire.

Il 2019 è stato un anno complesso, sfaccettato, e mutevole. Il cambiamento, in sé, è l’anima dell’attività di impresa: solo chi è capace di innovarsi cresce, chi resiste al cambiamento è destinato a perire. Il cambiamento economico, però, anche il più veloce, ha bisogno di un momento di assestamento per essere implementato. La mancanza di un progetto politico, economico, sociale e culturale che guardi al di là dell’immediato mina alle basi le fondamenta sulla quale si possono pianificare investimenti, occupazione e crescita.

Non ci resta che auspicare che la straordinaria resilienza della classe imprenditoriale e dei dipendenti e dell’industria italiana riusciranno anche nel 2020 a vincere la competizione nei mercati internazionali, come sono sempre riusciti fino a oggi, portando il nostro export nell’ultimo decennio da 350 miliardi a oltre mezzo trilione di euro.
Managing Partner & Ceo
The European House-Ambrosetti

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