LE NUOVE SFIDE DELLA CERAMICA

La resilienza di un settore: creatività e innovazione

di Lello Naso


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Il JW Marriott Venice Resort + Spa progettato da Matteo Thun & Partners e Luca Colombo con ceramiche Casalgrande Padana

2' di lettura

Se ci si limitasse all’analisi pura e semplice dei numeri, sarebbe davvero complicato spiegare il paradosso della ceramica italiana. Un comparto che negli anni ha saputo costruire una leadership mondiale basata sulla qualità del prodotto e sulle esportazioni. A dispetto di un deficit strutturale di partenza, la mancanza della materia prima, l’argilla, e nonostante nell’ultimo decennio le condizioni economiche generali del Paese siano andate progressivamente peggiorando e le infrastrutture dei distretti di produzione, carenti, non si siano mosse dalla posizione di partenza. Nessun miglioramento, nessun piano di rilancio. E questo in un contesto in cui, dopo il 2008, l’edilizia italiana, pubblica e privata, ha conosciuto la crisi più lunga e profonda della sua storia e le grandi opere (in realtà neanche tanto grandi) ormai agognate dai produttori sono inesorabilmente ferme al palo.

Solo per fare l’esempio più clamoroso sul fronte infrastrutture, la bretella Sassuolo-Campogalliano, il bypass coronarico che consentirebbe al distretto della ceramica di evitare ai Tir le code infinite delle strade statali e di guadagnare tempi decisivi nella consegna dei prodotti, langue negli stop and go dell’alternanza dei governi. Le vie d’accesso ai porti di Genova e Ravenna e l’adeguamento dei fondali di quest’ultimo sono rimasti nel libro dei sogni degli imprenditori. L’arrivo di un’emiliana, Paola De Micheli, alla guida del ministero per le Infrastrutture potrebbe essere un viatico alle richieste degli imprenditori. Almeno molti se lo augurano. Quantomeno c’è una conoscenza diretta dei problemi. Come il ritorno a un dialogo più costruttivo con l’Europa potrebbe agevolare i dossier, soprattutto quelli ambientali, in agenda a Bruxelles da tempo immemore.

Allora come si spiega il paradosso? Il calabrone che vola? Chi negli anni scorsi ha fatto un giro tra i padiglioni di Cersaie (e chi lo farà quest’anno) o chi ha visitato almeno una volta Coverings, la fiera americana anch’essa organizzata da Confindustria Ceramica, può comprenderlo a prima vista. La qualità e l’estetica dei prodotti dei concorrenti esteri (Spagna, Messico e Cina in primis) non sono lontanamente paragonabili a quelle italiane. Il livello di innovazione del made in Italy è una spanna superiore a quello della concorrenza. Italiana, per fare un esempio recente, è l’intuizione delle grandi lastre utilizzabili anche per gli edifici pubblici e dei formati ultrasottili; italiana è la spinta sui prodotti outdoor; italiana è la tecnologia mangiasmog; italiana la trovata delle piastrelle che aiutano la luminosità delle gallerie stradali.

Ma non lasciamoci trascinare nel luogo comune. Le innovazioni non sono (solo) frutto del genio italico. Dietro c’è la volontà di investire e di rimanere competitivi. Nel 2018 gli investimenti in ricerca e sviluppo, anche grazie a Industria 4.0, hanno superato il 10% del fatturato. Oltre due miliardi sono stati destinati all’ammodernamento delle linee. Il paradosso del paradosso è che può non bastare senza una politica industriale che accompagni il sistema-ceramica. La palla e i dossier sono nelle mani del prossimo governo.

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