TRATTATIVE DI GOVERNO

La «resistenza» di Berlusconi all’asse tra Salvini e Di Maio

di Barbara Fiammeri

2' di lettura

Ancora poche ore e sapremo se l’ipotesi di un governo tra M5s e centrodestra è definitivamente naufragata. Nonostante l’ottimismo che ha campeggiato per tutta la giornata di ieri anche il secondo giro di consultazioni portato avanti da Elisabetta Casellati, si è concluso con una fumata nera. Il veto del M5s sul partito di Silvio Berlusconi e anche su FdI è stato confermato da Luigi Di maio, sia pure con toni meno duri di quelli usati in precedenza . Insomma niente di nuovo, lo stallo continua.

Qualcosa però non torna. Matteo Salvini uscendo assieme a Berlusconi e alla Meloni dal colloquio con la presidente del Senato, si era sbilanciato sostenendo che «metà dell’opera era fatta e l’altra metà sarebbe sta completata la prossima settimana». Evidentemente c’è stato qualche fraintendimento. Forse tra Di maio e Salvini. O tra lo stesso leader della Lega e Berlusconi. Oppure, più semplicemente, le aperture intraviste ieri erano funzionali anzitutto a conquistare tempo. A evitare che il Capo dello Stato potesse accantonare già oggi l’ipotesi di un governo Giallo-Verde, affidando l’incarico a un nuovo esploratore per trovare altre opzioni.

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È questo il sospetto di Salvini. Che ci sia «qualcuno» al lavoro per sabotare l’intesa tra Lega e M5s e per favorire la nascita di un governo istituzionale. E che tra questi «qualcuno» ci sia anche il suo principale alleato. Berlusconi tutto vuole tranne che rimanere confinato sullo strapuntino fuori della porta di un governo Salvini-Di Maio. Dunque fin dall’inizio, all’indomani del 4 marzo, la parola d’ordine lanciata da Arcore è stata «resistenza». Ed è quello che ha fatto anche ieri. Del resto il Cavaliere non ha mai fatto mistero che, in mancanza di un governo del centrodestra, opterebbe volentieri per un esecutivo istituzionale o del Presidente. Una prospettiva a cui il segretario della Lega risponde tentando di sparigliare, dichiarandosi pronto a scendere in campo «direttamente», ossia candidandosi per un preincarico in modo da trattare tanto con gli alleati che con il M5s in prima persona.

Resistenza e sospetti. Ma in questo gioco di mosse contromosse i partiti hanno un ruolo determinante quando presentano soluzioni percorribili. Altrimenti il pallino resta nelle mani del Quirinale. E il mandato, circoscritto nel perimetro e nei tempi, affidato da Sergio Mattarella alla presidente del Senato contiene un messaggio implicito: i tatticismi sono finiti.

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