Opinioni

La ricerca? deve diventare più accessibile

di Paolo Miccoli e Daniele Checchi


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(HappyLenses - Fotolia)

3' di lettura

L’intervento di Andrea Angiolini (Il Sole 24 Ore del 20 novembre) in merito al tema dell’open access dei risultati della ricerca condotta in Italia solleva problemi reali, ma avanza nel contempo preoccupazioni che non ci sembrano condivisibili. Si confonde infatti fra «pubblicare» e «depositare» in Accesso aperto: la differenza è tutt’altro che irrilevante.

Il decreto che sta per essere approvato e che contiene le Linee guida per la prossima Vqr (2015-2019) non chiede affatto che le opere da sottoporre a valutazione siano «pubblicate» in open access, ma che siano «depositate» in un archivio open, consultabile quindi gratuitamente da parte dell’intera comunità scientifica. Già nel dicembre 2018 Anvur del resto aveva approvato un documento interno in cui si suggeriva al ministero dell’Istruzione un approccio graduale alla Scienza aperta: «In coerenza con le raccomandazioni della Commissione europea del 25/4/18 (...) che ogni articolo o conference proceeding sottomesso per la Vqr sia presente e liberamente accessibile in almeno una delle seguenti forme: repository di ateneo; open subject repository (ad esempio, PubMed, ArXiv); discussion papers series; website personali degli addetti».

Anche comprendendo una certa sorpresa da parte degli editori nell’apprendere che le nuove linee guida della Vqr potrebbero contenere norme indirizzate al paradigma dell’open access, è necessario, come abbiamo sopra spiegato, comprendere fino in fondo la vera natura dei repository e della loro accessibilità: essi possono infatti prevedere un embargo, vale a dire un periodo di tempo in cui l’articolo non è accessibile a tutti. I termini di embargo, a livello europeo, si collocano fra i 6 e 12 mesi (rispettivamente per le scienze esatte e le scienze umane) o, nella recente iniziativa PlanS, addirittura a zero. In ogni archivio ben strutturato quindi esiste la possibilità di depositare il file mantenendolo ad accesso riservato fino al termine di tale periodo come previsto dall’editore.

Occorre richiamare altresì un altro aspetto fondamentale della problematica: non stiamo qui parlando dell’intera produzione scientifica nazionale, ma di 2 o 3 prodotti per addetto, pubblicati nell’ultimo quinquennio e sottoposti a valutazione. Molte università si sono da tempo dotate di archivi istituzionali, attraverso i quali diffondono internamente e rendono visibili esternamente i risultati della propria ricerca, in una logica di accountability pubblica delle risorse impiegate. La proposta di Anvur, se recepita dal Miur, si è quindi ispirata al principio della gradualità, ma al contempo esprimendo un chiaro indirizzo nella direzione della revisione delle modalità di diffusione adottate nel passato, essendo anche noi, proprio nel nostro ruolo di valutatori, convinti che la conoscenza debba avere la massima diffusione possibile: non è casuale infatti che un tale approccio si traduce secondo molti studi in un incremento dell’impatto citazionale, oltre che di quello sociale, effetto questo non trascurabile.

Occorre dunque ripartire tutti insieme da una contraddizione che è incontrovertibile: l’attività di ricerca di un Paese, ovunque svolta, è finanziata in massima parte con risorse pubbliche mentre i risultati di questa attività vengono spesso appropriati privatamente. Il caso più eclatante è quello degli articoli sulle riviste scientifiche: gli autori propongono i contributi alle riviste, che vengono vagliati a titolo gratuito da valutatori; i prodotti vengono poi pubblicati su riviste, i cui proprietari, editori privati, al netto dei costi di redazione e stampa, fanno profitti rivendendo i volumi alle biblioteche universitarie finanziate pubblicamente. La collettività si trova quindi a pagare tre volte il costo della scienza: nel finanziare l’attività di ricerca, nel selezionare i contributi più importanti e nel poterne poi fruire nei contenuti finali. Tuttavia, non possiamo non riconoscere che questa modalità di organizzazione della produzione scientifica ha indubbiamente anche dei pregi, il principale dei quali è la serietà nel processo selettivo (dalla scelta e rotazione costante dei comitati editoriali con studiosi provenienti dai migliori centri di ricerca e università alla anonimità del processo di revisione, alla tempestività nella pubblicazione dei singoli volumi).

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