testimonianze dai confini

La ricerca interrotta del Bene comune

di Nunzio Galantino

4' di lettura

Si può essere presenti e partecipare in tanti modi alla vita politica del Paese. Vale anche qui quello che si legge nelle sapienti pagine di Qoèlet (3,7b): «C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare». Chi lo ha detto che il silenzio (qualcuno lo confonde con l’assenza dai circuiti ufficiali della comunicazione!) vuol dire irrilevanza o segno di disinteresse per la vita pubblica? Osservando la “leggerezza” (banalità, talvolta) delle parole di tanti che occupano le pagine della cronaca, il silenzio sembra essere l’unico grembo capace di partorire, a tempo opportuno, parole sensate e di rievocare azioni (anche politiche) meritevoli di attenzione. Me ne sono convinto rileggendo alcuni passaggi della proposta e dell’impegno politico di Alcide De Gasperi. Ne ho ricavato una prima e per me fondamentale indicazione: le sue virtù personali sono state anche le sue virtù politiche. La stessa passione professionale per la politica ha condotto De Gasperi là dove non avrebbe mai pensato di arrivare, contribuendo a costruire una Repubblica che, invece, non ne ha sempre riconosciuto i meriti. Forse proprio per la lucida coerenza delle sue scelte.

Durante la seconda guerra mondiale, la Chiesa, soprattutto il “basso clero”, ebbe la forza di schierarsi dalla parte del popolo e riuscì a non pagare prezzi troppo alti alla sua compromissione con il regime fascista. In cambio di questa benevolenza popolare (una fiducia antica che come Chiesa dobbiamo sempre e costantemente meritare) ha potuto chiamare alla politica un’intera generazione di giovani, la generazione di Moro e di Fanfani, e tenere unito il mondo cattolico. Ma questa nuova leva di deputati e senatori e quest’unità politica che abbracciava sindacati, associazionismo, organizzazioni religiose - e che qualcuno nella Chiesa pensava di poter manovrare a piacimento - non avrebbero avuto il loro successo se non avessero incontrato un capo come De Gasperi, uomo dell’Ottocento, certo, ma un maestro esigente, lungimirante, libero.

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Oggi siamo immersi in pieno nel passaggio verso una nuova intelligenza civile: il mondo è cambiato e quando nulla sembra uguale a prima, la memoria di maestri come De Gasperi diventa illuminante. È illuminante comprendere come egli non abbia mai voluto seguire dottrine sterili o antiliberali, anzi abbia sempre avuto la preoccupazione che i cattolici non apparissero coloro che operavano per la conservazione di una struttura sociale e statale non voluta, solo ereditata e, in molte parti, ormai marcia.

In questo impegno lo sostiene uno dei cardini della ricostruzione degasperiana: l’ispirazione ideale della politica e della religione al Bene comune. Oggi tutto ciò appare quasi una chimera. Ma la politica che De Gasperi ha incarnato era ben lontana dalla presunzione che la politica fosse tutto e che a essa potesse essere chiesto ciò che invece non può dare: forza interiore, resistenza al male, disposizione interiore alla solidarietà.

Il progetto attuale di un umanesimo autosufficiente e di una società senza limiti e quindi senza regole non appartiene alla visione degasperiana. L’umanesimo presuntuoso e insieme superficiale che ben conosciamo fallisce o, meglio, sopravvive perché oggi la politica non si preoccupa di distinguere tra ciò che ha un’anima e ciò che non ce l’ha e non sa riconoscere dove c’è ancora – nonostante tutto – vitalità. Certo, non è ancora tempo di cure palliative - l’uomo e il creato non sono moribondi - ma nemmeno è tempo di cullarsi in false illusioni e in avventati protezionismi.

Rispetto al bene comune, il riformismo – tanto auspicato e di cui tanto si parla anche in questo tempo – non basta, o, almeno, non può essere fine a se stesso, quasi potesse risolversi nella pratica di movimento per il movimento. Diversamente dal Bene comune che è cura del quotidiano o pena per il presente, il riformismo fine a se stesso appartiene, come categoria, a una stagione della politica che è ormai superata e nella quale si avevano troppe speranze di progresso.

Governare bene oggi è cosa diversa. È un evento che si realizza sulla spinta di una concentrazione di virtù, di passioni e di intelligenza che va preparata e che si manifesta solo a certe condizioni. Soprattutto è un passaggio che richiede sempre grandi uomini, figure capaci di interpretare il proprio tempo con quella tenacia che non proviene dall’aver frequentato le migliori scuole, le migliori sagrestie o dall’aver imparato tutte le astuzie della politica nelle segreterie dei partiti. Ci vuole altro! Ci vuole visione profetica e fermezza, competenza e passione: lo stile degasperiano. Ho letto nel testamento spirituale di uno storico importante, Pietro Scoppola, una definizione della politica molto degasperiana e che potrebbe tornare utile ancora oggi: «La politica mi ha appassionato, non strumentalmente come mezzo per un fine diverso dalla politica stessa, ma come politica in sé, come disegno per il futuro, come valutazione razionale del possibile, e come sofferenza per l’impossibile, come chiamata ideale dei cittadini a nuovi traguardi, come aspirazione a un’uguaglianza irrealizzabile che è tuttavia il tormento della storia umana. Mi ha interessato la politica per quello che non riesce a essere molto di più che per quello che è».
Segretario generale della Cei e Vescovo emerito di Cassano all’Jonio

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