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La ricerca volta pagina: i contratti biennali sostituiscono gli assegni

La conversione del Dl 36/2022 (legge 79/2022) porta varie novità in materia di reclutamento del personale della ricerca delle università

di Marco Magrini

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2' di lettura

Spazio ai nuovi contratti di ricerca nelle università, enti di ricerca e Afam nell’attuazione del Pnrr in sostituzione degli assegni di ricerca, i quali gradualmente andranno a sparire esaurendo la loro efficacia per quelli in corso e limitando i nuovi bandi entro i 180 giorni dall’entrata in vigore della norma. La conversione del Dl 36/2022 (legge 79/2022) porta varie novità in materia di reclutamento del personale della ricerca delle università e degli enti di ricerca, anticipando alcuni contenuti del disegno di legge A.S. 2285 al fine di rispettare il termine del 30 giugno 2022 individuato dalla Milestone M4C2-2 degli Operational arrangements allegati al Pnrr. Fra queste l’articolo 14, comma 6-septies, ha riscritto integralmente l’articolo 22 della legge 240/2010 di disciplina degli assegni di ricerca e ha introdotto la nuova figura del «contrattista di ricerca».

Superamento degli schemi della legge 449/1997

Lo schema è indubbiamente diverso rispetto a quello degli assegni di ricerca, i quali, fino dall’origine dell’articolo 51, comma 6, della legge 449/1997 erano principalmente votati alla formazione dei titolari, tanto che venivano classificati, anche ai fini fiscali, fra le borse di studio. I nuovi contratti di ricerca danno invece luogo a rapporti di lavoro subordinato a tempo determinato di durata biennale, con possibilità di estensione di un ulteriore anno qualora afferiscano a progetti di ricerca di carattere nazionale, europeo e internazionale. I singoli contratti possono essere rinnovati una sola volta per ulteriori due anni e il tempo massimo per il quale si può essere titolari di contratti di ricerca, anche presso istituzioni diverse, non può superare i cinque anni.

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Fisco e previdenza

Con i contratti di ricerca cambia il profilo fiscale e previdenziale rispetto agli assegni di ricerca: scompare, infatti, l’esenzione da Irpef non rilevandosi nella norma il richiamo all’articolo 4 della Legge 476/1984 presente nel vecchio testo e la contribuzione previdenziale viene a collegarsi non più alla gestione separata Inps (Legge 335/1995), ma a quella ordinaria prevista per i rapporti di lavoro subordinato. I destinatari di tali contratti devono avere specifici requisiti: possesso o conseguimento in corso del titolo di dottore di ricerca o di specializzazione di area medica.

Il contratto di ricerca sostituisce funzionalmente la figura del ricercatore a tempo determinato previsto dall’articolo 24, lettera a), della legge 240/2010 e diviene strumento di utilizzo delle risorse rivenienti dal Pnrr, con le quali non è possibile sostenere costi di personale tenured o in tenure-track (cioè il rapporto non costituisce fase del percorso di accesso alla carriera accademica).

Il riferimento alla contrattazione collettiva

La piena operatività della nuova figura dei contratti di ricerca resta condizionata alla definizione dei relativi aspetti stipendiali derivanti dalla contrattazione collettiva. Il trattamento economico non potrà, comunque, essere inferiore al trattamento iniziale spettante al ricercatore confermato a tempo definito. Come precisa la nota del ministero dell’Università e delle Ricerca dell’8 luglio 2022, protocollo 9303, gli oneri per i contratti non hanno limitazione alcuna se le risorse derivano da finanziamenti esterni. Se le risorse saranno quelle interne del bilancio degli enti il costo deve mantenersi, invece, all’interno della spesa media sostenuta nell’ultimo triennio per gli assegni di ricerca.

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