Idee

La ricetta anticrisi della ministra

di Nicoletta Polla Mattiot

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Maria Cristina Messa, classe 1961, nominata ministra dell’Università e della ricerca nell’Esecutivo Draghi

4' di lettura

Raccontarsi attraverso una singola parola, estrarre il nucleo che concentra il percorso di una carriera, la sua sintesi evolutiva, da quando “fare il dottore” è solo il sogno infantile di aiutare gli altri fino all’ingresso nella squadra di governo di Mario Draghi. Se la parola in questione è conoscenza e si prova a declinarla in sapore, crescita, trasmissione, confronto, l’estensione semantica diventa un progetto di vita.

È questa la parola scelta dalla neo ministra dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, medico nucleare, manager della ricerca, prima donna rettore di un ateneo milanese e quarta in Italia. L’occasione è il libro Parole che lasciano il segno, un progetto realizzato per i dieci anni della Fondazione Bracco, ente a cui la lega un impegno particolare sulla questione femminile. «Uno degli aspetti che ancora affligge la nostra società, è il marcato gender gap. Sebbene le donne accedano in maniera consistente all’università e spesso si laureino con risultati più brillanti degli uomini, il loro riconoscimento nel mondo professionale resta inferiore a quello maschile. Inoltre, per una serie di motivi, le scelte delle donne mettono in secondo piano discipline scientifiche quali ingegneria e informatica, creando in questi settori un divario ancora più accentuato. Le iniziative di Fondazione Bracco sulla riduzione della disparità di genere hanno permesso una più ampia visibilità delle scienziate, spesso ignorate dai media e dalla politica. Mentre un ruolo paritario in tutti i settori, e in particolare nell’economia generata dalla conoscenza, è vantaggioso per l’intera società».

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Conoscenza è una parola tutt’altro che astratta: genera valore, produce crescita. «Racchiude in sé possibilità illimitate di creare innovazione e futuro. Ed è quello che auspico in qualità di ministra dell’Università e della Ricerca», spiega.

La prima declinazione è progettuale, e non stupisce che formazione, ricerca e cultura siano individuate come «motore di sviluppo del nostro Paese e antidoto alla crisi sanitaria e sociale» e che fare squadra sia il modo più logico di disporre di competenze complesse: «Vinceremo questa sfida se riusciremo a coniugare diverse anime: efficienza pratica, scienza, ma anche un rinnovato spirito di unione e sinergia».

Sono le sue prime parole da ministra e le parole possono essere gesti, azioni, impegni. «Per me la conoscenza è il sale della vita e il faro del cammino. Il sale perché rende le esperienze “saporite” ovvero curiose, costruttive, consapevoli, uniche. Non solo alimenta la voglia di sapere, ma ci spinge ad apprendere sempre di più, ad arrivare al livello massimo umanamente raggiungibile. Il faro perché dà luce anche nelle tempeste, nella notte, nei tempi più bui. Le scelte e le strategie trovano nella conoscenza una base fondamentale per il ragionamento logico e consapevole, che meglio individua metodi e criteri riproducibili, trasferibili su larga scala».

Una riflessione critica sull’anno terribile della pandemia è punto di partenza e di arrivo. «Conosciamo ancora pochissimo e il Covid-19 ci ha ricordato quanto siamo fragili e quanto la scienza non possa dare risposte assolute e in breve tempo. Tuttavia la conoscenza è l’unica fonte a cui attingere per avere un orientamento che si basi sulla comprensione dei fenomeni e non su un’opinione. La vivace discussione fra esperti a cui si è assistito nelle fasi più tragiche, è in realtà un elemento base per chi fa ricerca. In epoche normali, fuori dall’emergenza, aiuta a far emergere le conclusioni più rilevanti. Nonostante la confusione che il dibattito può aver generato nei “non esperti”, le ricerche messe in atto con metodo e velocità sono state le sole in grado di combattere la malattia».

Eppure la conoscenza non coincide con l’informazione né con una valanga di fatti nudi e dati bruti. Su questo Maria Cristina Messa è chiara: «Se da un lato occorre ridurre al massimo i tempi per poter comunicare al mondo scoperte rilevanti, dall’altra è necessario un maggior rigore affinché non s’inducano false credenze nelle persone o vengano pubblicati deboli risultati facilmente confutabili da una corretta revisione. In un mondo governato da una fortissima competizione e da un ruolo sempre più economicamente rilevante dell’editoria scientifica, il richiamo al rispetto dei principi etici che regolano la correttezza del processo scientifico e l’accessibilità a dati affidabili e riproducibili, è necessario. Questo è ancora più importante in tema salute, argomento che da sempre mi appassiona e a cui ho dedicato molto del mio lavoro».

Le parole possono essere transitive, un ponte tra ieri e oggi, memoria e basi per costruire. «Le nuove generazioni, i nativi digitali che tanto possono agire solo interfacciandosi con un computer, sanno di dover affrontare un mondo impegnativo, dove per la prima volta la loro generazione potrebbe vivere peggio di quella che li ha preceduti. Per questo voglio dir loro che il metodo della conoscenza è il migliore “strumento” che abbiano a disposizione».

Esce dai panni della ministra e veste quelli dell’insegnante, professione che per anni ha esercitato: «Studiare, sapere, conoscere per se stessi, per propria soddisfazione e realizzazione personale, è stimolante, ma poco utile. La trasmissione del sapere ad altri, giovani o meno giovani, non è mai un percorso rettilineo e univoco, avviene in più direzioni e forma una sorta di albero che ramifica e porta verso orizzonti imprevedibili. Il rapporto maestro-allievo arricchisce entrambi e il miglior maestro è quello che spera che l’allievo lo superi. Così evolve la conoscenza».

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