A TAVOLA CON NATALINO IRTI

La ricomposizione degli interessi e l’arte del depistaggio dai dolori

Classe 1936, formato al Mondo di Pannunzio, fautore della terza via, avvocato di rango e protagonista di snodi del nostro Novecento

di Paolo Bricco

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7' di lettura

Natalino Irti, classe 1936, è un uomo del Secolo breve. Non lo è soltanto per le cose che ha visto e che ha fatto nella sua attività di intellettuale e di giurista al centro di molti capitoli della vita italiana. Lo è soprattutto per come ha vissuto: Irti appartiene a quella schiatta del Novecento per la quale la professione e la cultura si sono sovrapposte e fuse, nell’idea che il diritto e la filosofia risultino più che confinanti, nella convinzione che il potere non esista senza responsabilità e nel comune sentire che le vicende della politica e dell’economia alla fine non siano nulla senza una complessiva e unitaria concezione del mondo e del rapporto fra gli uomini.

A Roma all’Hostaria da Vincenzo di Via Castelfidardo, vicino al Ministero dell’Economia, il professore è accolto più con affetto cordiale che con deferente cortesia. «Non parliamo della mia attività di avvocato, sono sempre tenuto al segreto professionale», dice sorridendo. E perciò tace intorno alle grandi cause e agli arbitrati di cui è stato protagonista.

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Un caso chiarisce bene il codice profondamente novecentesco composto dalla molteplicità esistenziale, cognitiva e culturale. Prima di scegliere il vino, racconta: «Enrico Cuccia e Romano Prodi, il primo fondatore di Mediobanca e il secondo presidente dell’Iri, si divisero sul metodo delle privatizzazioni, in particolare delle tre banche di interesse nazionale: il Credito Italiano, di cui io ero presidente, la Banca Commerciale Italiana e il Banco di Roma, che formalmente erano le azioniste dell’istituto di via Filodrammatici. Non fu un puro conflitto di potere. Si misurarono due idee distinte del mercato, che erano espressioni di differenti visioni culturali. Cuccia riteneva che andassero garantite la stabilità e la continuità gestionale, con una cerchia più limitata di soggetti istituzionali e di famiglie grandi azioniste. Prodi aveva una visuale più larga. Pensava che andassero coinvolti anche i piccoli e medi investitori. La sua formazione cattolica influiva. Esprimeva, mi viene da dire, una idea più democratica del mercato. Cuccia appariva, in qualche misura, più elitario. Io ero appunto presidente del Credito Italiano. In fondo, mi venne in soccorso il mio gusto per le distinzioni logiche: mi considerai più un oggetto che un soggetto. La banca da me presieduta era, appunto, oggetto di privatizzazione. Prima che soggetto privatizzatore».

Questo episodio delinea un preciso canone antropologico in chi lo ha visto e lo ha vissuto e, adesso, lo ricorda e lo interpreta: conflitto e potere, diritto e filosofia, visione e cultura. Puro Novecento: «Con Cuccia si parlava di letteratura e di Sud. Di Guido Carli, una delle menti più lucide che io abbia incontrato e con cui ho collaborato nella trasformazione della vecchia università Pro Deo nella Luiss, intuivo quanto la sua intelligenza e la sua cultura fossero aperte e quasi mortificate dalle sole questioni economiche e finanziarie», riflette Irti, che è anche accademico dei Lincei.

«Ma non parliamo di queste vecchie storie, già riposte in archivio – dice – scegliamo piuttosto il vino. Un rosso d’Abruzzo va bene?”, dice introducendo in questo incontro conviviale il tema delle radici marsicane. In tavola il cameriere porta un Montepulciano Agri Cosimo del 2015. Irti è di Avezzano: suo padre Aurelio, classe 1900, era avvocato penalista con formazione dannunziana, volontario a 17 anni nella Prima guerra mondiale, nazionalista e fascista; sua madre Maria, del 1908, era una ragazza della buona borghesia, che leggeva romanzi e suonava il piano.

Nella saletta al primo piano dell’Hostaria da Vincenzo, arriva con discrezione il cameriere. «Se posso darle un consiglio – dice Irti – io inizierei prendendo i carciofi. Qui li fanno molto bene sia alla romana sia alla giudia». Vada per i carciofi alla giudia. Il professore chiede che, ai suoi, non sia aggiunto il sale. Irti, che in questo strano tempo di pandemia, dopo tanti libri di teoria giuridica, sta per dare alle stampe il volume “Viaggio tra gli obbedienti” (Nave di Teseo), appartiene agli italiani che, raggiunta la pienezza delle loro vita in città, sono rimasti legati ai loro borghi d’origine: i maggiori sono Raffaele Mattioli e Enrico Mattei, Alberto Beneduce e Donato Menichella. In Irti è forte l’identità marsicana, sopra Avezzano lui ha ancora un casale dove si rifugia: «Ricordo i bagliori al di là dei monti, nelle notti della battaglia di Cassino e la ritirata dei soldati tedeschi stanchi e laceri, con i cavalli ungheresi che trascinano pezzi di artiglieria. Al liceo ero compagno del futuro matematico Giorgio Letta, papà di Enrico. Di un anno più grande era suo fratello Gianni. Ci scambiavamo visite per fare merenda. Poco tempo fa ho trovato un libro di scienze naturali. Sulla copertina c’era scritto Gianni Letta. Probabilmente me lo aveva prestato per l’esame di terza liceo. Allora gliel’ho restituito con il biglietto: “Caro Gianni, i prestiti fra amici non vanno in prescrizione”».

Arrivano gli spaghetti con le vongole. Irti a 18 anni è a Roma, a studiare giurisprudenza alla Sapienza: «Frequentavo i convegni del Mondo. Era un ambiente severo e distaccato. Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi davano scarna confidenza. Mario Ferrara era il più amichevole. Quella cifra mi ha segnato per tutta la vita: nel liberal-socialismo come terza via politica e culturale e nell’impegno pubblico, quando avrei dato il mio contributo negli organi di governo dell’Iri. Tutto, però, è nato negli anni dell’università. Ricordo ancora l’emozione di quando pubblicai, sul Mondo, delle brevi recensioni di libri di cultura tedesca. Oltre a dare gli esami e a preparare la tesi con Emilio Betti, andavo a seguire i corsi di storia della filosofia antica di Guido Calogero e le lezioni di filosofia teoretica di Ugo Spirito, entrambi allievi di Giovanni Gentile. Quasi una sintesi tra diritto e filosofia, che poi si sarebbe espressa negli intensi rapporti con Emanuele Severino e ora con Massimo Cacciari».

Irti ottiene la libera docenza in diritto civile a 28 anni e vince il concorso per la cattedra a 32. Dice: «Mi sono sempre considerato un insegnante: che reca il segno dei maestri, e lascia il segno negli allievi». Il primo periodo è a Sassari, dove ha come compagni di docenza, tra gli altri, Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky e Francesco Cossiga: «Era già sottosegretario alla difesa, è stato un uomo di acuta intelligenza e di sottili tormenti. Siamo stati così amici che ho curato taluni giudizî di carattere personale», dice Irti. Poi a Parma e, prima dell’arrivo alla Sapienza di Roma nel 1975, a Torino: «Vi ho trascorso tre anni. Era un ambiente culturale di estrema autorevolezza. C’erano Giovanni Conso e Norberto Bobbio. La città era dura: gli immigrati arrivavano dal Sud alla stazione di Porta Nuova con le valige legate con i fili di spago. Il primo periodo mi sistemai alla pensione Europa, dove si veniva accolti con lettere di presentazione e dove vivevano, trattati con grande deferenza, due membri laterali della famiglia Savoia».

Il Montepulciano piace a entrambi. Come avvocato, dal 1975, Irti allaccia rapporti con i grandi studi di Milano (per esempio, Cesare Grassetti , Piero Schlesinger, Mario Casella) e di Torino (in particolare Franzo Grande Stevens, «l’ho difeso nel processo Exor-Fiat, abbiamo vinto alla Corte di Strasburgo») sviluppando un metodo di studio dei casi teso a razionalizzare i problemi e a trovare una logica semplice della soluzione. «Appartengo a un mondo – dice senza malinconia – in cui lo specialismo era inserito nella visione generale. È così per me. Era così per Guido Rossi. Oggi nel diritto i giovani operano in grandi studi, spesso internazionali, che puntano sulla più analitica specializzazione. Nella medicina sta scomparendo il clinico generale. Ho sempre creduto al parallelismo fra medicina e giurisprudenza: fra diagnosi giuridica e diagnosi clinica, fra intuito giuridico e intuito clinico. L’avvocato di rango intuisce il problema nella sua complessità e nella sua soluzione». Tutto questo declinato anche secondo il carattere: «Non ho mai creduto nell’intransigenza delle tesi difensive – spiega – piuttosto nell’equilibrio della mediazione. Ho sempre avuto una natura, prima che uno stile professionale, incline alla composizione degli interessi, forse a un certo scetticismo della distanza».

Di secondo, Irti sceglie una mozzarella con alici fritte. Io, invece, prendo un piatto di calamari. Irti è un uomo di ironica rotondità, non di asperità. La sua faccia sembra quella di un civis romanus arrivato dalla provincia. Conosce la sofferenza. Lui e la moglie Elena hanno perso il figlio Nicola, il 12 marzo del 2017, all’età di 47 anni: «Conosco l’arte del depistaggio. L’ho appresa anche nell’amicizia con il filosofo Tullio Gregory. La paura dei ricordi e dei sentimenti che viene allontanata con il fare e con il parlare d’altro. Per sciogliere il dolore nella memoria, io e mia moglie abbiamo creato una fondazione a lui intitolata, che finanzia progetti a favore della salute, in questo tempo di pandemia, e dei diritti dei carcerati, finalità care alla consapevole generosità di Nicola».

Ci fermiamo un attimo. Il dolore è per un istante una lastra di vetro fra noi. Il cameriere porta a entrambi una fetta di zuppa inglese. Irti, che conosce l’accartocciarsi del cuore, ha conservato l’ottimismo della ragione, un’altra cifra del Secolo breve. O, meglio, ha mantenuto l’idea illuminista di una circolarità ricompositiva e di una forza generativa della ragione. «Da ragazzi sviluppai una visione liberale, con una sfumatura liberal-socialista, grazie agli Amici del Mondo. E, tanti anni dopo, sono diventato presidente dell’Istituto Italiano di Studi Storici di Napoli fondato da Benedetto Croce, una fucina della classe dirigente culturale e politica italiana. Trovo che queste chiusure del cerchio, questi ritorni dalla fine al principio, che tuttavia permettono di capire l’oggi e di guardare al futuro, abbiano qualcosa di rasserenante», dice Natalino Irti, uomo del Novecento, mentre, bevuto il primo giro di amaro Jannamico, naturalmente della Maiella, chiude gli occhi e sorride.

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