Infrastrutture /2

La ricostruzione del Centro Italia modello di resilienza

di Pierluigi Mantini

3' di lettura

Nel quinto anno dal sisma del 2016 anche Draghi, ad Amatrice per l’anniversario, esprime a suo modo soddisfazione. Sì, perché il clima è molto cambiato e il commissario straordinario Legnini, alla guida della ricostruzione da poco più di un anno, sembra davvero aver adottato il motto whatever it takes ed i risultati si vedono.

Circa 5 mila cantieri aperti, 3.300 decreti di approvazione dei progetti e concessione dei contributi nei primi mesi del 2021, accelerazione delle opere pubbliche, semplificazioni amministrative che funzionano, ordinanze speciali per i comuni maggiormente colpiti e, non certo per ultimo, una fiducia ritrovata tra i cittadini e gli operatori economici.

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Al contrario dei suoi predecessori, il presidente Draghi non ha dovuto ascoltare le lamentele, per l’inerzia dello Stato: ora, viceversa, sono piuttosto i professionisti e le imprese in affanno, con lavori in eccesso e con il rischio di rallentare i lavori.

Di qui l’appello ben motivato del commissario Legnini, un vero punto di svolta, con l’invito a «venire a lavorare nel centro Italia» rivolto a imprese e reti professionali perché il rischio è che ora l’offerta pubblica possa superare la domanda.

E da fare certo non manca perché la sfida resta epocale e di grande interesse perché vi sono ancora migliaia di interventi pubblici e privati da realizzare (3.550 solo su edifici di culto) e perché i luoghi della ricostruzione sono veri scrigni di arte e natura in grado
di offrire una dimensione di vita molto attuale in epoca post-covid.

Inoltre le recenti ordinanze speciali intitolate “Amatrice”, “Arquata”, “Visso”, “Camerino”, “Norcia “Accumoli”, Castelluccio” ecc. aprono orizzonti inediti per sperimentazioni, appalti integrati, concorsi di progettazione, interventi di rigenerazione urbana.

Le condizioni economiche per una ricostruzione di qualità vi sono tutte perché, con le recenti norme, al contributo commissariale si può sommare il super-bonus per opere aggiuntive e di efficientamento energetico.

Alla ricostruzione si affianca inoltre la previsione di un miliardo
e ottocento milioni di interventi di sviluppo, nei territori colpiti dal sisma 2009 e 2016, finanziati con il piano complementare al Pnrr, per opere infrastrutturali, di transizione ecologica, di connessione digitale, per incentivi alle attività produttive e allo sviluppo sostenibile.

Dunque l’obiettivo di una ricostruzione sicura, green, connessa, diventa assai più realistico anche perché basato su un modello di governance ben equilibrato, con una cabina di coordinamento guidata dal commissario straordinario ma partecipata dai presidenti delle regioni coinvolte e da rappresentanti dei comuni, ed ora integrata dal capo del Dipartimento Casa Italia, dal rappresentante della struttura di missione del sisma 2009 e dal sindaco di L’Aquila, che devono dare l’intesa sulle ordinanze commissariali che possono essere anche “in deroga”.

Non più conflitti ma collaborazione, nessuna soggezione ad eccessi burocratici, un forte rapporto tra politica e tecnici, monitoraggio degli interventi e poteri sostitutivi, più spazio alla sussidiarietà pubbico-privato, serio controllo di legalità (con Anac e Corte dei Conti).

Un modello che funziona, produce risultati misurabili, forse un buon esempio per l’intero Paese nel periodo del massimo sforzo per l’attuazione dei programmi di ripresa e resilienza.

Occorre pensare a consolidarlo nel futuro questo modello perché l’Italia resta esposta alle sue “fragilità territoriali” e non può certo ricominciare da capo ad ogni calamità, con norme estemporanee, commissari ad hoc, dispersione di risorse umane ed economiche.

Dal cantiere del centro Italia può davvero nascere un Paese migliore.

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