CommentoPromuove idee e trae conclusioni basate sull'interpretazione di fatti e dati da parte dell'autore.Scopri di piùil caso autostrade

La ricostruzione del ponte Morandi e il (pericoloso) gioco di spostare le responsabilità

Il Tar della Liguria ha rimesso alla Corte costituzionale la questione di legittimità costituzionale sull’esclusione di Aspi, la concessionaria del gruppo Autostrade, da qualunque procedura di gara concernente tali operazioni

di Serena Sileoni e Giulio Enea Vigevani

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(ANSA)

3' di lettura

L’incertezza normativa è un noto problema italiano, per gli effetti sulla capacità di attirare e trattenere investimenti, lavoro e dunque benessere.
Secondo la Banca Mondiale, l’Italia è 122° su 190 per Enforcing contract (Doing Business Index) e 56° su 209 per Quality of Regulation, sotto alla Malesia, alla Polonia e al Cile (Worldwide Governance Indicators).

L’incertezza, però, non è solo un serio problema economico. Se cronica, determina anche un grave deficit democratico: anche i cittadini perdono il riferimento di cosa si possa o non si possa fare, facendo peraltro saltare, come già ammonito dalla Corte costituzionale ormai molti anni fa, il principio per cui l’ignoranza della legge non giustifica la sua violazione.

Premesso questo, si può immaginare un contesto giuridico peggiore dell’incertezza delle regole?

Forse sì, e forse non è nemmeno più tanto immaginario. Peggio dell’incertezza, c’è infatti la certezza che le regole a cui dobbiamo sottostare siano in punto di diritto sbagliate.

Qualche giorno fa, il Tar della Liguria ha rimesso alla Corte costituzionale la questione di legittimità costituzionale delle norme approvate nel 2018 da Governo e Parlamento per disciplinare l’iter giuridico per la demolizione e ricostruzione del ponte Morandi. Come noto, esse escludono Aspi, la concessionaria del gruppo Autostrade, da qualunque procedura di gara concernente tali operazioni.

Secondo il giudice amministrativo, tali norme sono irragionevoli per incoerenza, difetto di istruttoria e motivazione, arbitrarietà e persino si pongono in violazione del principio di separazione dei poteri, avendo un carattere punitivo e sanzionatorio che eccede la funzione della legge e svia dal percorso che si sarebbe dovuto adottare, anche in forza della convenzione in essere con il concessionario.

In sostanza, le decisioni politiche e quindi normative successive alla tragedia del crollo del ponte Morandi avrebbero risposto più alla sete immediata e diffusa di giustizia retributiva che alla volontà di provvedere razionalmente all’interesse pubblico della sicurezza e di una corretta attribuzione di responsabilità e sanzioni.

La presunta incostituzionalità non è una notizia inattesa. Alcuni attenti osservatori avevano già sottolineato come il governo del tempo aveva individuato soluzioni contrarie all’interesse pubblico, che mettevano a rischio non solo la regolare esecuzione dei lavori, ma persino la corretta attribuzione di responsabilità tra concedente e concessionario, con il paradosso che i contribuenti rischiano ora di pagare, oltre ai lavori di ricostruzione, qualche forma di risarcimento al concessionario.

La piega presa dagli eventi non è solo fonte di incertezza e allungamento dei tempi di ricostruzione (e questa volta non si dia la colpa ai Tar). È forse sintomo di qualcosa di peggio, se letta in parallelo con altre vicende, come ad esempio quelle inerenti l’Ilvae il recesso di Arcelor Mittal.

Si ha infatti l’impressione che il potere politico, non per insipienza ma per preciso calcolo, voglia limitarsi a mandare messaggi facili e roboanti all’opinione pubblica. Sarà poi della magistratura, ordinaria o costituzionale, la responsabilità di sciogliere i nodi dei difficili dossier politici.

In altri termini, abbiamo un legislatore che si fa giudice punendo a suo modo i presunti colpevoli e una magistratura che deve farsi legislatore correggendo norme illegittime. E questo non è solo un problema di certezza. È un azzardo politico che sposta volutamente, e non per incompetenza, il momento della decisione dalle aule parlamentari a quelle di un tribunale.

Una politica sempre più istantanea, che si nutre e si soddisfa del consenso immediato e di memoria corta, non ha bisogno di decisioni giuridicamente corrette. Ha bisogno di decisioni che vellichino le emozioni degli elettori.

In un sistema di civil law come il nostro, che non riconosce pienamente il ruolo attivo della giurisprudenza nel far emergere il diritto, tale slittamento è un grave problema sia per un’economia affaticata ed esangue sia per un rapporto di cittadinanza maturo e sereno.

Approvando norme prevedibilmente illegittime, il governo sposta la responsabilità di scelte impopolari su una magistratura che decide secondo ragione di diritto e non assecondando gli umori del popolo. Gli effetti di leggi sbagliate, quando si dispiegheranno, saranno tuttavia usciti dall’attenzione mediatica. Poco importa a chi governa che tra quelle conseguenze ci possono essere milioni di euro a carico dei contribuenti.

L’azzardo normativo, a ben vedere, è qualcosa di molto più razionale e lucido di quel che non si potrebbe pensare: è un gioco a spostare responsabilità e conseguenze non gradite nell’ombra che il tempo getta sulle cose. Un gioco redditizio nella logica populistica, assai meno in quella democratica.

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