storia della filosofia

La ricostruzione di Spinoza

di Michele Ciliberto

4' di lettura

La filosofia italiana del Novecento è stata più ricca e più plurale di quanto si continui a immaginare e la cosiddetta egemonia di Croce e di Gentile fu meno pervasiva e dominante di quanto si sia a lungo pensato. In questa complessa esperienza un’attenzione particolare andrà dedicata a Giuseppe Rensi, una delle figure più importanti e singolari del Novecento, sulla quale sono già stati pubblicati, peraltro, studi e ricerche importanti (penso ai lavori recenti di Meroi e Gurashi).

Rensi fu socialista; perdette la cattedra per la sua opposizione al fascismo; fu autore di una Filosofia dell’autorità (1920), di saggi concernenti lo scetticismo, fra i quali spiccano I lineamenti di filosofia scettica (1919) e L’apologia dello scetticismo (1926). Scrisse anche sulla Filosofia dell’assurdo (1937) e su Leopardi (nel 2018 è uscito il volume che riunisce per la prima volta tutti i suoi scritti sul poeta di Recanati). Si schierò sempre contro il neoidealismo di Croce e di Gentile e nella sua Autobiografia intellettuale (Milano 1939), precisando due anni prima di morire quale fosse la sua posizione, scrisse di essere «stato il primo enunciatore di quella filosofia dell’irrazionalismo che posteriormente ha avuto tante espressioni negli altri paesi […]; quella filosofia dell’irrazionalismo che, con la sua tesi fondamentale che non esiste una ragione una e che la ragione non giova quindi a dirimere e a decidere le divergenze, è dunque veramente la filosofia dell’epoca».

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Questo riferimento all’irrazionalismo è molto interessante perché è un “principio” che agisce anche nelle sue ricostruzioni storico-filosofiche, a cominciare dalla sua interpretazione di Spinoza: «questo è pieno irrazionalismo» – sottolinea spiegando la concezione spinoziana della ragione – «non c’è una ragione […] che raffronti la realtà e sulla quale questa si modelli o debba modellarsi. Non esiste una ragione, un tipo o modulo ragione, precedente ai fatti e a cui questi si debbano uniformare per giustificarsi (razionalmente) e a cui si possa e debba a tal fine dimostrare che si conformano. La ragione […] è scomparsa di fronte al fatto, all’essere, è ridotta al fatto».

Sono affermazioni contenute nel saggio dedicato a Spinoza pubblicato da Formiggini per la prima volta nel 1929 e ripresentato nel 1941 da Bocca in una ristampa postuma, mai corretta dall’autore, ma più estesa nella forma e destinata, come dimostra lo stile, a un pubblico più vasto di lettori.

Ha fatto bene perciò l’editore Nino Aragno a raccogliere ora in un volume entrambe le redazioni, mettendo a disposizione degli studiosi di Spinoza, di Rensi e della filosofia italiana del Novecento un testo particolarmente interessante e anche di lettura avvincente, soprattutto nella redazione pubblicata da Bocca dal ritmo narrativo più incalzante.

È un testo interessante perché permette di vedere come nella interpretazione di Rensi abbiano agito, insieme alla concezione schopenhaueriana della volontà, da un lato le filosofie della vita a lui contemporanee – a cominciare da quella di Simmel, pensatore di «immensa genialità ed acutezza», che contribuì a far conoscere in Italia con la traduzione di importanti testi quale Il conflitto della civiltà moderna –; dall’altro motivi e posizioni di matrice kantiana, ma ripensati anch’essi alla luce della lezione relativistica – anzi “scettica” – e radicalmente antidealistica di Simmel, distruttrice – scrive nel 1924 – dei «fumi» e del «torpore narcotico idealistico-assoluto» circolante nel sangue di «tanti efebi».

È sintomatico come Rensi pensi l’Essere, la sostanza spinoziana, la vis per cui le cose esistono: «infinito è l’Essere, quest’abisso esistenziale di tutte le cose»; l’Essere è actuosa essentia, un «centro d’energia affermativa e positiva» che si sviluppa e si espande in due suoi grandi aspetti: l’extensio e la cogitatio. A questo Essere è estraneo il tempo: «eterno presente senza passato ed avvenire che si può rappresentare con la figura del cerchio» perché «il moto è solo circolare, ritornante agitazione sempre racchiusa nel medesimo cerchio». «L’universo di Spinoza» – scrive Rensi echeggiando motivi del De la causa di Bruno, del resto citato in modo esplicito – «è nello stesso tempo [...] immobilità assoluta e continuo moto, vita, dinamismo». «L’Uno è il Tutto: questa è la grande formula dello spinozismo e di ogni misticismo panteistico». In Spinoza Dio è ridotto a puro e semplice Essere, e il male sta «nella mancanza dell’essere o del potere di essere».

Nella posizione di Rensi agiscono però anche motivi di matrice kantiana, ma ripensati in chiave “realistica”, evidenti nella sua interpretazione delle «forme» o «princìpi» della mente che «sono quelli della realtà»: «il pensiero ha forme che sono anche forme del reale esterno non già perché quello le abbia date a questo, ma perché date a questo e a quello dalla “forza”, dal principio attivo, che fa esistere l’uno e l’altro, dal principio dell’Essere che è comune a entrambi. Solo così può accadere che il pensiero generandosi da sé, in modo autonomo, nella sua sfera, senza influenza diretta da parte di ciò che c’è nella sfera dell’estensione, pure possa pensare o cogliere alcune verità circa ciò che in tale seconda sfera ha luogo. È questa» – conclude Rensi – «la dottrina delle categorie kantiane, se interpretata realisticamente».

È una ricostruzione intensa e affascinante, nella quale – ed è un tema decisivo che risuona specialmente nella seconda redazione – sono centrali echi, fonti e motivi del Rinascimento italiano, a cominciare da Bruno: «tanti», scrive Rensi, «sono i punti nei quali con lui Spinoza collima». Questo è evidente soprattutto nelle pagine che insistono sull’identificazione di Dio con la «vita della natura», sulla tesi secondo cui la Sostanza non è «materia corporea» (come sostiene anche Bruno), sulle «infinite creazioni» generate da «un essere infinito», sulla concezione dell’universo come universo vivente, sull’idea dell’anima del mondo e dell’animazione universale della natura già centrale in Leonardo, Bruno e Campanella, sulla sensibilità «diffusa dovunque» e sulla concezione – anch’essa già presente in Bruno – secondo cui il «senso» sarà «intelletto».

Infine, questa è la “tradizione” cui Spinoza appartiene, e Rensi lo dichiara in modo esplicito: la concezione spinoziana di Dio «è una delle poche che la ragione possa accettare; ed è essa pure comune ai pensatori del Rinascimento, specie del nostro». È un’affermazione essenziale, perché implica una originale concezione della “modernità” e delle genealogie dei “moderni”: un altro motivo che fa di questo libro un piccolo classico.

Spinoza

Giuseppe Rensi

a cura di Luca Orlandini,Nino Aragno Editore, Torino,, pagg. IX, 249, € 15

Riproduzione riservata ©

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