Opinioni

La riforma del Mes non è perfetta ma all’Italia può solo far comodo

di Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Quasi due anni e mezzo fa su queste colonne avevamo espresso qualche timore sui lavori preparatori della riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e in particolare sulla dichiarazione franco-tedesca di Meseberg che fornì il quadro di riferimento per la riforma che fu poi sottoposta all’Eurosummit del 28 giugno 2018.

Le nostre perplessità erano soltanto marginalmente motivate dagli emendamenti testuali che si prospettavano. Il rischio maggiore era che anche minime sottolineature di certi concetti potessero dar luogo a un nuovo “effetto Deauville”. Come si ricorderà, al vertice di Deauville nel novembre del 2010, la cancelliera tedesca Angela Merkel e l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy introdussero il concetto di Private sector involvement (Psi), ossia di ristrutturazione dei titoli pubblici detenuti dai privati. Quella affermazione, che pure riguardava il caso della Grecia, ebbe effetti destabilizzanti su molti Paesi dell’eurozona, inclusa l’Italia.

Loading...

La nostra preoccupazione era che alcune clausole della riforma potessero dar luogo a effetti analoghi. In particolare, i timori nostri e di molti altri economisti erano motivati da tre punti, che sono evidenti nella dichiarazione di Meseberg e molto più sfumati nel testo della riforma: la ripetizione del concetto di Psi, sia pure confinata a casi eccezionali; l’introduzione delle Clausole di azione collettiva, cosiddette single limb che facilitano la ristrutturazione del debito; e infine l’equilibrio dei poteri fra Commissione e Mes a favore di quest’ultimo che è un organo intergovernativo.

I nostri timori di allora non si sono rivelati fondati. Né la dichiarazione di Meseberg, né la successiva pubblicazione del testo della riforma nel luglio del 2019, né l’approvazione del testo da parte dell’Eurogruppo il 7 novembre del 2019, hanno avuto effetti negativi sui mercati finanziari.

Può darsi che i nostri timori fossero eccessivi o può darsi che le decisioni della Banca centrale europea (Bce) intervenute nel frattempo abbiano avuto l’effetto di evitare tensioni sui mercati. Può anche essere che lo spread sul debito italiano fosse considerato già sufficientemente elevato dai mercati finanziari, per effetto delle incaute dichiarazioni e di alcune azioni concrete del governo giallo-verde.

In sostanza, avremmo preferito una diversa formulazione di alcuni punti della riforma, per sottolineare, in particolare, l’esigenza di una attenta analisi costi-benefici del Psi nelle concrete condizioni di ogni Paese. Tuttavia, riteniamo che se oggi il Parlamento italiano bocciasse la riforma del trattato Mes, la cui approvazione richiede l’unanimità degli Stati Membri, farebbe un danno grave all’Italia. Metterebbe a rischio le buone relazioni con gli altri Paesi europei, nessuno dei quali sembra avere dubbi sulla riforma. Impedirebbe la partenza anticipata al 2022 di quel tassello essenziale dell’unione bancaria che è il common backstop per il Fondo di risoluzione unico, metterebbe a rischio il negoziato – già di per sé molto difficile – sul piano Next Generation Eu, di cui l’Italia è il principale Paese beneficiario.

Per motivare l’opposizione alla riforma è stato detto che essa servirebbe a obbligare gli italiani a finanziare il salvataggio delle banche tedesche. Si tratta di una teoria assai bizzarra, in quanto la revisione del trattato consente al Mes proprio di finanziare eventuali insufficienze del Fondo di risoluzione unico (Srf) per le banche senza andare a toccare le tasche dei contribuenti. Con le possibili ramificazioni dell’attuale crisi sul sistema bancario, questa rete di protezione non è cosa da poco.

Non è inoltre vero che il Mes è la “vecchia Europa”, come qualcuno dice. In futuro, i programmi di assistenza ai Paesi saranno gestiti dal tandem Commissione-Mes. È il superamento della famigerata Troika (Commissione europea, Fondo monetario internazionale, Bce). Futuri eventuali problemi verranno gestiti “in casa” secondo l’approccio comunitario, con la Commissione che sarà l’unico garante del rispetto delle regole europee.

Si tratta di una manifestazione concreta di solidarietà dei Paesi a basso debito nei confronti degli altri; infatti le maggiori resistenze sono venute in passato dai Paesi del Nord.

Per quanto ovvio, il punto chiave che sembra sfuggire ai critici è che l’eventuale scelta di andare al Mes in caso di necessità è interamente nelle mani del Paese interessato. Dunque il Mes è solo un’importante opzione addizionale.

Si aggiunga che il solo fatto che il Mes esista ha l’effetto di scoraggiare possibili pressioni nei mercati finanziari, perché può fornire al Paese le munizioni necessarie per contrastarle e perché è la porta d’accesso alle Outright monetary transactions (Omt), i prestiti della Bce che sono, in linea di principio, illimitati.

Ricordiamo infine che la riforma del Mes è cosa diversa dalla richiesta di una linea di finanziamento per il cosiddetto “Mes sanitario”, con condizionalità limitata all’utilizzo delle risorse per la spesa sanitaria, di cui si è parlato tanto.

Dunque bisognerebbe pensarci mille volte prima di bocciare la riforma.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti