Interventi

La riforma passa da Irap, cuneo fiscale e sussidiarietà

Per generare più gettito la fiscalità delle imprese deve stimolare crescita e lavoro

di Gaetano Ragucci

(EPA)

3' di lettura

I provvedimenti assunti dal governo nel primo semestre dell’anno possono essere giudicati da diversi punti di vista. Considerati nella prospettiva della riforma di un sistema tributario sottoposto al doppio stress dei postumi non ancora assorbiti della crisi del 2008, e delle dinamiche di “distruzione creatrice” scatenate dall’ultima emergenza sanitaria, confermano la mancanza di chiari criteri direttivi, senza i quali sarebbe inutile contare sul concorso della leva tributaria per l’avvio della ripresa.

È pur vero che in questa direzione qualcosa si è mosso. C’è stato il tentativo di conservare le coperture della riduzione del cuneo fiscale attuata dal Decreto n. 3/2020, in buona parte rivenienti per il 2021 dal recupero dell’evasione, attraverso la proroga del termine di notificazione degli accertamenti adottati in corso d’anno. C’è stata la remissione dei debiti per il saldo dell’Irap 2019, e per il primo acconto 2020, che fa sperare in una rimeditazione complessiva – meglio sarebbe l’abrogazione – di una imposta che da tempo ha perduto la ragione d’essere. Ma vi sono state anche misure dirette al richiamo del risparmio privato a sostegno della domanda di beni e servizi, sacrificate a una logica redistributiva attraverso restrizioni “mirate” degli ambiti oggettivi e soggettivi di applicazione. Ciò le ha ridotte a strumenti di una politica assistenziale più che di rilancio dell’economia (si pensi, per esempio, ai cosiddetti bonus per la riqualificazione energetica), ed è evidente che, seguendo questa strada, non si andrebbe lontano.

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Per riprendere quota occorre opporre alla tirannia del contingente un progetto, e per arrivare a questo occorre partire da una diagnosi condivisa della situazione. Nel suo ultimo libro (Il capitalismo buono – Perché il mercato ci salverà edito da Luiss University Press), Stefano Cingolani invita a smettere di ragionare all’interno del solito panorama concettuale, fatto di governi, partiti, programmi, coalizioni «ceppi di una foresta pietrificata, mentre la vita corre nuovi sistemi, basati sulla scienza, l’informazione, l’innovazione, strutture trans-economiche e trans-nazionali», ordinabili secondo le priorità imposte da digitalizzazione, questione ambientale e responsabilità sociale. Se si affermano altri soggetti dello sviluppo, la leva fiscale va calibrata come fattore di promozione di reti e sinergie capaci di conseguire risultati che lo Stato può non essere in grado di ottenere al di fuori di una efficace governance dei fattori a disposizione.

Questa è una indicazione che la legislazione tributaria può assecondare su più livelli, di cui almeno tre si impongono come auto evidenti.

1 La riduzione del cuneo fiscale per i redditi medi. È risaputo che il disagio di un ceto medio che si percepisce come impoverito non dipende da un difetto nella distribuzione dei redditi, ma da una crescita insufficiente dovuta soprattutto al fattore fiscale. Per invertire la rotta, non servono misure assistenziali; serve una generale rimodulazione della progressività del prelievo, che metta i percettori di redditi medi in condizione di accedere ai servizi di istruzione, formazione continua e internazionalizzazione opportunamente potenziati.

2 L’orientamento della fiscalità dell’impresa alla crescita. Tra le ragioni che hanno fatto perdere all’Irap la funzione originaria vi sono anche gli effetti distorsivi sull’occupazione. Ma tutta la fiscalità dell’impresa va riconcepita, coniugando gli effetti del prelievo sull’offerta dei fattori della produzione (la cosiddetta ottimalità allocativa) con l’obiettivo della crescita, in modo da stimolare la domanda di lavoro qualificato, la ricerca, il reinvestimento del risparmio nelle filiere che usciranno indenni dalla crisi in atto. L’obiettivo è l’aumento del prodotto globale e il sostegno dell’occupazione, quindi del reddito e del gettito che ne deriva.

3 L’adeguamento al principio di sussidiarietà della fiscalità degli enti e istituzioni di interesse pubblico. Sul piano della disciplina sostanziale dei tributi, la declinazione del principio della capacità contributiva secondo il criterio della sussidiarietà legittima l’inclusione nella no tax area delle manifestazioni di potere economico necessarie alla sussistenza, che per gli enti di questo tipo comprende l’assolvimento delle proprie finalità istituzionali. Sottoporre a prelievo risorse destinate a finanziare attività che sarebbe altrimenti compito dello Stato erogare è contrario al buon senso. Occorre dunque un superamento della logica delle detrazioni, e sul piano formale la sottoposizione ai vincoli statutari e dell’adempimento dell’obbligazione tributaria ad autorità separate.

Oggi la strada a quella che nel 1971 fu una autentica riforma tributaria è forse chiusa, e lo è perché la società e l’economia muovono in una direzione che non è dato conoscere in anticipo. Ciò dovrebbe consigliare al legislatore la virtù della moderazione, e indurlo a porre al centro dell’azione di razionalizzazione dell’esistente la liberazione delle energie positive della ricerca di nuovi impieghi del capitale e dell’innovazione. A volte un passo indietro è il modo migliore per recuperare terreno domani.

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